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Un sacerdote spiega perché prega con la Liturgia delle ore

Africa Studio/Shutterstock

don Fabio Bartoli - La Fontana del Villaggio - pubblicato il 16/05/16


Mi sembra che oggi nei seminari ci sia il tentativo di educare le nuove generazioni diversamente, però temo che se non cambia il paradigma esistenziale di fondo, difficilmente potrà nascere una vera sensibilità ecclesiale, in altre parole se non moriamo al nostro individualismo, quello che abbiamo assorbito insieme al latte materno e portato in seminario con la nostra vocazione, lo spirito di comunione sarà come una toppa nuova su un vestito vecchio, una sovrastruttura che giunge dall’esterno, ma non produce un cambiamento profondo della mentalità e non è quindi capace di resistere nella prova della vita quotidiana.

Eppure se non appartenessi alla Chiesa il mio stesso sacerdozio non avrebbe senso, non potrei neppure celebrare l’Eucaristia senza essere in comunione con il mio vescovo, perché i sacramenti sono un dono che Dio ha dato al suo popolo, non a me! Per questo la Chiesa mi chiede di partecipare ogni giorno all’immenso coro della lode, per questo mi vincola alla liturgia delle ore con una promessa solenne, per questo, conoscendo la mia fragilità, accetto volentieri quel vincolo, perché a dispetto della povertà del mio cuore è a questa Chiesa che voglio appartenere. Per questo nel mio esame di coscienza la prima cosa che verifico è la mia fedeltà al Breviario, perché so che è la prima cosa che cade se io stesso non sono in Grazia. Per questo credo che sia importantissimo, per quanto possibile, celebrare la Liturgia delle Ore in forma comunitaria, con il popolo o almeno nella piccola comunità del clero parrocchiale. Innanzitutto l’obbligo di essere presente all’appuntamento comune riprende il vincolo di quella promessa e poi appunto sottolinea la natura comunitaria di questa preghiera.

Oltre all’individualismo credo che un’altra radice della difficoltà a recitare il Breviario abbia la sua radice profonda nell’aver trasformato la preghiera delle ore in una preghiera privata. Va da sé infatti che se è una cosa individuale e personale posso gestirmela liberamente nei tempi e nei modi, organizzandola come più mi aggrada e non di rado lasciandola all’ultimo posto nella scala di priorità; rapidamente poi non si capisce più perché, se è una preghiera privata, non posso sostituirla con altre forme di preghiera e alla fine viene meno la ragione stessa del pregare. Ricordo la sorpresa di un amico prete che quando gli proposi di recitare insieme l’Ora Media mi rispose: “che nostalgia l’Ora Media, mi ricorda i tempi del Seminario!”, così molti, tra cui a volte anche io, si riducono a celebrare le Ore lontanissime da quello che dovrebbe essere il loro tempo canonico e ad accorparle, magari tutte insieme, a fine giornata. Soddisfacendo così forse la lettera del precetto, ma tradendone del tutto lo Spirito, che è quello della santificazione del tempo. Per questa ragione non amo i molti sussidi che ci sono in commercio per “aiutare” la preghiera delle Ore (nuove traduzioni dei Salmi, testi alternativi per le letture dell’Ufficio, orazioni salmiche eccetera), mi sembrano tutti personalismi che di fatto distolgono dalla natura ecclesiale della Liturgia.

A questo punto la domanda diventa: come può un prete diocesano, che il più delle volte, soprattutto in una grande città, è solo come un anacoreta, celebrare la Liturgia delle Ore in forma comunitaria?

Celebrarla insieme al Popolo di Dio può essere di grande aiuto. Noto che la mia gente, una volta che ha afferrato il meccanismo non semplicissimo del Breviario, ama molto pregare con i Salmi. Nella nostra Parrocchia Lodi e Vespri vengono regolarmente celebrati con il Popolo e c’è sempre una partecipazione discreta, paragonabile a quella della S. Messa feriale. Per me presbitero comporta il dovere di presiedere la preghiera comune, e questo mi richiama con forza alla mia fedeltà restituendo al “coro” il suo carattere di obbligo, anzi di dovere primario, secondo l’adagio di S. Benedetto: “nulla anteporre all’opera di Dio”. Il dovere della preghiera comune mi ha abituato così ad organizzare la mia agenda in funzione della preghiera e non viceversa e mi ha restituito il gusto di passare molto tempo in chiesa. L’immagine del prete seduto tra i banchi a pregare il Breviario non è un’immagine di altri tempi, è ancora ben presente nell’immaginario del popolo di Dio, che giustamente è così che vorrebbe vederci. Se non siamo capaci noi per primi di vivere concretamente il primato di Dio nella nostra vita, come possiamo pretendere di insegnarlo alla nostra gente? Proprio i laici, del resto, colgono molto rapidamente e in maniera istintiva il valore ecclesiale della partecipazione alle “Ore”. Ricordo che i primi passi della fede li ho compiuti in una piccola comunità scolastica che si identificava innanzitutto dal fatto che ci incontravamo per recitare le Lodi ogni mattina prima dell’inizio delle lezioni. In molti movimenti ecclesiali d’altronde, da Comunione e Liberazione al Cammino Neocatecumenale, la pratica della Liturgia delle Ore è un elemento essenziale della spiritualità.

Oltre al gruppo semantico di termini che fa riferimento alla comunione, spesso la liturgia delle ore è definita anche da termini che fanno riferimento al servizio, la stessa parola officium significa innanzitutto servizio, e anche questa è una considerazione che spesso mi aiuta nella celebrazione: io non prego per me stesso, ma nel farlo servo Dio e la Chiesa, anzi questo è il solo servizio che mi è chiesto direttamente ed esplicitamente e significa quindi che è il più importante, quello che non deve mai mancare.

Se la Liturgia delle ore è per definizione l’opus Dei significa che la Chiesa è innanzitutto questo: una comunità di lode. Tutto nella Chiesa è a servizio della lode, tutto quindi deve essere organizzato in funzione di essa, deve prendere dalla lode la sua origine ed avere nella lode il suo orizzonte. La pratica della Liturgia delle Ore ci restituisce un’immagine autentica di Chiesa, ci libera dalla tentazione di pensare la Chiesa come un’agenzia di servizi e soprattutto preserva in noi l’anima dell’apostolato. È grazie alla fedeltà al Breviario che il mio ministero è liberato dalla tentazione dell’efficientismo, e d’altra parte ricordare che nulla va anteposto all’Opera di Dio mi restituisce una giusta scala di priorità, relativizzando in maniera salutare il mio lavoro e ricordandomi continuamente che sono un servo e di chi. È in fondo un atto di umiltà: mi serve a ricordare che non sono necessario. Potrei fare mille cose per i poveri, ma se lo faccio senza Carità non serve a niente, e la Liturgia delle Ore mi ricorda costantemente questo, come un vincolo nella mia stessa carne, che mi riconduce sempre alla fonte dell’Amore da cui rischio di distrarmi.

Ma c’è anche un altro punto di vista di cui devo tenere conto e rileggendo quanto ho scritto fin qui mi accorgo che non è venuto del tutto in luce, anzi non riesco a sottrarmi alla sensazione di un approccio sostanzialmente moralista, basato cioè sul dovere e sulla volontà più che sulla Grazia.

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