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Piangere a un funerale per qualcuno che non ho mai conosciuto

spbpda CC

Michael Morris - pubblicato il 16/05/16

Ho riconosciuto la sua agonia, e conoscevo la sua disperazione

Dov’è il sapiente? Dov’è il dotto? Dove mai il sottile ragionatore di questo mondo? Non ha forse Dio dimostrato stolta la sapienza di questo mondo?
1 Cor 1, 20

Mentre siedo in una cappella scura e affollata con la fotografia a dimensioni reali di un uomo e di suo figlio, conosco la sua agonia. Una settimana prima non avrei riconosciuto questo Adam se mi fossi imbattuto in lui in drogheria o mentre facevo cambiare l’olio, ma in questa stanza scura lo conosco. Vedo i suoi momenti finali, qualsiasi cosa lo abbia spinto al limite. È la stessa disperazione. È lo stesso isolamento. Piango. Sono arrabbiato. Non posso farne a meno. La sua famiglia è di fronte, in lacrime e silenziosa.

Perché? Tutti noi abbiamo sperimentato momenti nella vita in cui provavamo disperazione, separazione, come se fossimo su un’isola – la sensazione che sicuramente nessuno abbia mai vissuto quella situazione. Nella maggior parte dei casi aspettiamo che arrivi un altro giorno. Lui non l’ha fatto. La saggezza umana non ha parole. Che c’è da dire?

Ero al funerale per essere presente per sua madre. Sapevo come sarebbe andata la conversazione: “Mi dispiace. Siamo qui per lei”. Mi aspettavo di incontrarla, ma non ero preparato a sedere nelle retrovie cercando di ricacciare indietro le lacrime. Perché? Sapevo dove si trovava quando era terminata la sua vita. Non sapevo come ci era arrivato. Ma con il cuore umano, il perché si manifesta in un milione di modi diversi. Ciò che conta è conoscere la sua disperazione. Conosco l’isola. La convinzione che a nessuno interessi. Un granello di sabbia in un mare di desolazione. Conosco quell’esperienza.

L’uomo ferito

Tutti gli uomini sono una cosa sola alla sorgente del dolore e della gioia.
Henri Nouwen

Un decennio fa, mentre sedevo nel retro di una cappella illuminata con il crocifisso e un tabernacolo vuoto illuminati davanti a me, ho riconosciuto l’agonia di Cristo. Quella che mi aveva portato lì era una di un milione di esperienze, mentre cercavo la liberazione dallo stesso isolamento che ogni Adamo ed Eva ha sperimentato prima di me. Anziché una via d’uscita, tuttavia, a me era stata data una via per vivere dal di dentro la situazione.

Era il Venerdì Santo, e quindi non c’erano Messe. Niente Eucaristia. Cristo era morto. Ho guardato il tabernacolo vuoto, e poi il crocifisso, e quindi ancora una volta il tabernacolo. In una frazione di secondo, l’intensità del messaggio cristiano si è abbattuta su di me dal nulla, e mi ha colpito. Sedevo lì in lacrime, sentendo dispiegarsi la Sua morte. E come uno di un miliardo di Adamo, ho riconosciuto che ero con Lui, su una croce ideata da me. E lì ho capito per la prima volta il legame misterioso tra il dolore e la gioia.

Ora, quasi dieci anni dopo, mi ritrovo nelle retrovie di una cappella scura che gronda dolore per la perdita di un uomo che non ho conosciuto personalmente. Ma a differenza della rivelazione del Venerdì Santo di qualche anno fa, non c’è alcuna gioia da trovare.

La capacità della speranza cristiana

Solo l’uomo che ha dovuto affrontare la disperazione è davvero convinto di meritare la misericordia.
Thomas Merton

Ho pianto per questo Adamo perché sono lui. La mia natura mi vede aggrappato alla mia piccolezza, al mio isolamento e alla mia natura peccaminosa. Cerco di tenere a freno il mio essere nulla. Sono continuamente contrastato dall’impotenza. Ma è proprio qui che le nostre storie divergono.

La mia assume un aspetto diverso perché in una cappella nel giorno in cui si piange la morte di Gesù sono stato benedetto per il fatto di scoprire che il mio essere nulla era motivo di festeggiamento. Ho trovato la speranza cristiana, che comprende l’oscurità della croce attraverso la luce della resurrezione, riconcilia la nostra fragile dipendenza e la nostra eredità impenetrabile, rende i poveri ricchi e i ricchi poveri.

La speranza cristiana è radicata nella consapevolezza della capacità di Dio di trasformare l’acqua in vino, la morte in vita, e – l’aspetto forse più miracoloso – un cuore indegno in uno degno.

E sedevo nel retro della cappella scura sopraffatta da una tristezza irremovibile. Questa tragedia si può evitare. Succede sempre, e alla base c’è sempre la stessa ragione. Siamo esseri umani che cercano l’Eden. La maggior parte di noi non ha idea di come gestire la gamma di esperienze che deriva dalla prima caduta. Alcuni di noi si permettono di essere salvati, mentre altri lasciano i propri cari a portare il peso ulteriore dell’insicurezza. E questa è la rivelazione più difficile di quel pomeriggio. Che ha lasciato i suoi cari senza capire che il suo valore non risiedeva nelle sue capacità o in quello che possedeva, ma nell’essere figlio di Dio.

Michael Morris è marito e padre e risiede a Denton, in Texas (Stati Uniti). Si può seguire su Twitter: @laffyjaphy.

[Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]

Tags:
funeralesofferenza
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