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Papa Francesco alla Cei: il prete non ha agende da difendere

© Antoine Mekary / ALETEIA

Andrea Tornielli - Vatican Insider - pubblicato il 16/05/16

Il Pontefice traccia l’identikit del sacerdote, che non è un burocrate, non mira all’efficienza, non si scandalizza per le fragilità.

Non ha parlato di politica né ha citato la nuova legge sulle unioni civili. Non è tornato sulle emergenze sociali, come quella dell’immigrazione, che aveva trattato pochi giorni fa ricevendo il premio Carlo Magno. Papa Francesco, intervenendo di fronte ai vescovi italiani riuniti in assemblea, ha tracciato invece l’identikit del prete. Ha spiegato che il sacerdote, è uomo di pace, di relazioni, con una vita semplice, è sempre disponibile per la gente. Non è un burocrate o un anonimo funzionario, non mira all’efficienza né si scandalizza per le fragilità dell’animo umano. E in un passaggio del discorso, citando le strutture e i beni economici, ha invitato i vescovi a «mantenere soltanto ciò che serve per l’esperienza di fede e carità del popolo di Dio».

Un cambiamento d’epoca

Il «rinnovamento del clero» è il tema scelto per la discussione all’assemblea della Cei. Il Papa ha quindi proposto ai vescovi di mettersi in ascolto avvicinandosi a «qualcuno dei tanti parroci che si spendono nelle nostre comunità». Che cosa «dà sapore» alla sua vita? A questa domanda Francesco risponde ricordando che il contesto culturale è diverso da quello del passato perché «anche in Italia tante tradizioni, abitudini e visioni della vita sono state intaccate da un profondo cambiamento d’epoca». «Noi, che spesso ci ritroviamo a deplorare questo tempo con tono amaro e accusatorio, dobbiamo avvertirne anche la durezza: nel nostro ministero – aggiunge il Papa – quante persone incontriamo che sono nell’affanno per la mancanza di riferimenti a cui guardare! Quante relazioni ferite! In un mondo in cui ciascuno si pensa come la misura di tutto, non c’è più posto per il fratello».

Non si scandalizza per le fragilità

Su questo sfondo, la vita del prete «diventa eloquente, perché diversa, alternativa». Come Mosè, «egli è uno che si è avvicinato al fuoco e ha lasciato che le fiamme bruciassero le sue ambizioni di carriera e potere. Ha fatto un rogo anche della tentazione di interpretarsi come un “devoto”, che si rifugia in un intimismo religioso che di spirituale ha ben poco». «È scalzo, il nostro prete – ha continuato – rispetto a una terra che si ostina a credere e considerare santa. Non si scandalizza per le fragilità che scuotono l’animo umano: consapevole di essere lui stesso un paralitico guarito, è distante dalla freddezza del rigorista, come pure dalla superficialità di chi vuole mostrarsi accondiscendente a buon mercato. Dell’altro accetta, invece, di farsi carico, sentendosi partecipe e responsabile del suo destino».

Non è un burocrate

Il prete «con l’olio della speranza e della consolazione, si fa prossimo di ognuno, attento a condividerne l’abbandono e la sofferenza. Avendo accettato di non disporre di sé, non ha un’agenda da difendere, ma consegna ogni mattina al Signore il suo tempo per lasciarsi incontrare dalla gente e farsi incontro. Così, il nostro sacerdote non è un burocrate o un anonimo funzionario dell’istituzione; non è consacrato a un ruolo impiegatizio, né è mosso dai criteri dell’efficienza».

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