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Unioni civili e convivenze di fatto: più diritti per depotenziare il matrimonio

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Gelsomino Del Guercio - Aleteia - pubblicato il 13/05/16

La legge varata dalla Camera (con la fiducia) maschera un'operazione che cattolici (e non solo) hanno il dovere di arginare

Formalizzare e accrescere ulteriori diritti per coppie eterosessuali e omosessuali, attraverso la legge Cirinnà, che ripercussioni può avere sul matrimonio?

Sicuramente tentano di depotenziarne la bellezza per accrescere un fascino “alternativo”. E vi spieghiamo il perché.

Va chiarito che la legge approvata l’11 maggio dalla Camera regolamenta: le unioni civili (tra persone omosessuali) e le convivenze di fatto (tra persone omosessuali ed eterosessuali). Vediamo quali sono le differenze.

UNIONI CIVILI E CONVIVENZE DI FATTO

Per unioni civili si intendono specifiche formazioni sociali costituite da persone maggiorenni dello stesso sesso.

Con il termine convivenze di fatto, invece, si fa riferimento a tutte le coppie formate da due persone maggiorenni (sia etero che omosessuali) non legate da vincoli giuridici ma da un legame affettivo e che possono regolare i propri rapporti patrimoniali attraverso un “contratto di convivenza”.

COSA PREVEDONO LE UNIONI CIVILI

– si costituisce tra persone dello stesso sesso con una dichiarazione di fronte all’ufficiale di stato civile, alla presenza di due testimoni, e va registrata nell’archivio dello stato civile;

– i partner acquistano gli stessi diritti e assumono gli stessi doveri: hanno l’obbligo reciproco all’assistenza morale e materiale, alla coabitazione ed entrambi sono tenuti a contribuire ai bisogni comuni, in base alle proprie possibilità;

– entrambi concordano l’indirizzo della vita familiare e la residenza comune, esattamente come avviene per le coppie sposate;

– in assenza di indicazioni diverse, si applica la comunione dei beni;

se l’unione dovesse cessare, le parti hanno diritto all’eredità, alla pensione di reversibilità e al mantenimento;

– la separazione avviene davanti all’ufficiale di stato civile, quando le parti ne manifestano la volontà (anche disgiunta).

COSA PREVEDONO LE CONVIVENZE DI FATTO

– i conviventi assumono solo alcuni dei diritti e dei doveri riconosciuti alle coppie sposate: l’assistenza ospedaliera, penitenziaria e gli alimenti a fine convivenza (nel caso in cui uno dei due non sia in grado di provvedere al proprio mantenimento);

– se il proprietario della casa di comune residenza dovesse morire, il convivente avrebbe diritto a continuare ad abitare nella stessa casa per due anni o per un periodo pari alla convivenza se superiore ai due anni e comunque non oltre i cinque anni;

– se l’intestatario del contratto di affitto della casa di comune residenza dovesse morire o dovesse recedere, il convivente di fatto può subentrare nel contratto;

– i conviventi possono scegliere di gestire i propri rapporti patrimoniali con un “contratto di convivenza” e quindi indicare la residenza, le modalità di contribuzione alla vita comune, la comunione dei beni (voce che può comunque essere modificata in qualunque momento);

– oltre che in caso di morte o di matrimonio, la convivenza si risolve per accordo delle parti o per volontà unilaterale.

AUMENTO DEI DIRITTI “ALTERNATIVI”

E’ evidente che attraverso la legge Cirinnà ci sia un aumento dei diritti a disposizione delle coppie, eterosessuali e omosessuali, che non vogliono sposarsi ma optare per la convivenza. Un’operazione che vuole disincentivare il matrimonio e dare l’idea che è possibile creare una famiglia anche senza il vincolo matrimoniale. Un’operazione che i cattolici (e non solo) hanno il dovere di provare ad arginare per diversi motivi.

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