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Quando la demenza rivela un amore coltivato a lungo

Pixabay.com/Public Domain/ © Unsplash

SIMCHA FISHER - pubblicato il 13/05/16

E mia madre? La figlia di mia nonna? Non è una persona socievole, per essere buoni… Il suo ideale era avere privacy, pace, semplicità e uno splendido e austero isolamento che le permettesse di mandare al mondo il suo messaggio ma senza essere disturbata in alcun modo.

Non è così che sembrava la sua vita, affatto. In un’elaborata casa vittoriana, ha allevato otto figli viventi e ha trascorso tutti i suoi giorni circondata da loro, facendo loro lezione, nutrendoli e cambiandoli, sopportando pigiama party, feste e matrimoni, facendosi strada attraverso una fitta nebbia di timidezza e introversione per conoscere i nostri amici, accogliere i nostri coniugi, abbracciare i nostri figli. Non le veniva naturale, per niente.

E allora quando mia madre, parlando dall’austera semplicità del suo Alzheimer, dice “Non so chi tu sia, ma sei il benvennuto” ­ mio Dio, è ben più straordinario di quello che potreste pensare. Questa disponibilità ad accettare la gente a casa sua è stata coltivata in modo doloroso, deliberato, intenzionale, in molti anni di vita, finché la sua ospitalità non ha gettato radici così profonde che ora apparentemente fiorisce da sé.

La demenza l’ha sollevata da qualsiasi responsabilità reale. Nessuno si aspetta più che cucini una lasagna per 40 persone, o che cerchi un letto per undici ospiti inaspettati, ma nessuno può persuaderla del fatto che può rinunciare a quel peso di generosità intenzionale. Dico scherzando (ma neanche tanto) che sarà positivo non sapere cosa sto facendo quando avrò l’Alzheimer, perché sarà terribile. Nel profondo sono tremenda, e un giorno non riuscirò a nasconderlo più. Quanto è umiliante non essere più capace di camuffare chi sei davvero…

Ma guardate mia madre. Guardate il fiore del suo amore, coltivato con tanta cura. Lei è così, ma solo perché è quello che si è allenata a diventare.

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Tags:
alzheimermalattiamammamemoria
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