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I profughi “del Papa” cucinano per i nuovi rifugiati

© Antoine Mekary / ALETEIA
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Volti e storie di chi arriva dalla Siria con il progetto "corridoi umanitari" della Comunità di Sant'Egidio

Clicca qui per aprire la galleria fotografica

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Shuila e Wafaa sono dietro al lungo bancone metallico della mensa dei poveri di Sant’Egidio a Roma, e riempiono i piatti da portare in tavola: riso, pollo, polpette, insalata, hummus e pane arabo. Ma c’è anche un tocco di italianità: pasta al forno. Indossano il velo. Sono arrivate a Roma con le loro famiglie a metà aprile. Hanno viaggiato da Lesbo sull’aereo di Papa Francesco. Oggi servono il pranzo ai nuovi rifugiati siriani, che hanno raggiunto l’Italia grazie al progetto “corridoi umanitari” promosso da Comunità di Sant’Egidio, la Federazione delle Chiese evangeliche italiane e la Chiesa valdese. “Le famiglie che erano qui prima di noi ci hanno accolto e hanno cucinato per noi quando siamo arrivati. Oggi siamo noi a fare lo stesso per chi arriva” dice Wafaa. Musica e applausi accolgono i nuovi arrivati.

I rifugiati siriani che arrivano per il pranzo sono una trentina (su 101 sbarcati a Fiumicino, gli altri destinati a strutture in altre città). Zaini e borsoni contengono le poche cose che sono riusciti a salvare e a portare con sé. Sono ordinarti, puliti, pronti per un banchetto. Un signore, vestito di tutto punto: giacca e pantaloni, la camicia e la cravatta. È arrivato con la moglie, il figlio, la figlia e il genero. È il più anziano del gruppo e gli viene riservato un posto a capotavola. I nuovi arrivati sono quasi tutti cristiani. Ne sono orgogliosi, senza ostentazioni. Una signora porta un rosario al collo. È nascosto dalla camicia, ma a un certo punto lo mostra, per far capire che lei è cristiana. È in quel momento che si apre in un sorriso e le si illuminano gli occhi. “La cosa più forte che abbiamo è la fede”.

Anche i segni della sofferenza sono evidenti, portati con altrettanta dignità. L’incedere incerto ma fiero, di fianco al figlio, di un padre di famiglia le cui gambe sono ora due protesi. La moglie non ha più un braccio ma le è rimasto il sorriso. Maiyas ha 32 anni ed è un cuoco. È scappato in Libano nell’estate del 2014. Pochi mesi dopo lo hanno raggiunto il fratello e poi i genitori, poco prima della chiusura del confine. Nella zona da cui viene, uno dei villaggi dell’hinterland di Al-Hasakah i miliziani dell’Isis hanno preso molti ostaggi. È difficile pensare di tornare in un posto che prima era tuo ma che è stato calpestato, in cui ti hanno rubato tutto. Al dito porta una fedina, è fidanzato spiega. La ragazza era in Svezia per studiare ma da quando è scoppiata la guerra non è potuta rientrare in Siria. Forse un giorno la rivedrà.

Un altro racconta il lungo assedio di Aleppo: mesi senza luce, a volte senza acqua, senza riscaldamento nei mesi d’inverno. Il costo del pane è aumentato di oltre 20 volte. Tutti gli amici se ne sono andati, la loro casa è distrutta, “non c’è più una pietra sopra l’altra”. Forse tornerà, più avanti. Tra cinque o dieci anni, quando tutto sarà finito. Ma non lì, troppi brutti ricordi. Gli si velano gli occhi mentre mostra sul telefonino le foto dei muri abbattuti, delle stanze sventrate, delle porte crollate. Era un metalmeccanico, ha sempre mantenuto la famiglia con il suo lavoro, è sempre stato indipendente. La fatica più grande per lui è farsi aiutare. “Ci fidiamo di Dio, metto la mia vita nelle mani del Signore e ringrazio di essere qui e di avere la forza e la voglia di lavorare. Non credo tanto nella fortuna, credo in Dio”.

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