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Le reliquie, giusto o sbagliato venerarle? 4 errori comuni

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Nel Vangelo si narra che una donna con perdite ematiche accorse da Gesù e toccò il suo mantello, dicendosi: “Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita”(Marco 5, 28). Lo fece e subito il sangue si fermò e sentì che il suo corpo guariva.

La donna non toccò il mantello per il suo valore intrinseco, ma per entrare in qualche modo in contatto con Gesù.

C’è anche il caso dei fazzoletti entrati in contatto con il corpo di San Paolo e che poi si mettevano sui malati, che guarivano (Atti 19, 12).

Allo stesso modo tocchiamo le reliquie, e le veneriamo non per se stesse ma per il santo che rendono presente, attraverso il quale è Dio ad agire.

Qui entriamo nel tema del contatto con le reliquie dei santi e/o della loro venerazione.

A questo proposito, la venerazione delle reliquie in sé non è affatto una cosa disapprovata dalla dottrina cattolica. Le reliquie godono anzi di alta stima nel corso di tutta la storia ecclesiale.

La Chiesa, secondo la sua tradizione, venera i santi e tiene in onore le loro reliquie autentiche e le loro immagini. Le feste dei santi infatti proclamano le meraviglie di Cristo nei suoi servi e propongono ai fedeli opportuni esempi da imitare” (Sacrosanctum Concilium, 111).

Il Magistero della Chiesa ci dice non solo che possiamo venerare le reliquie, come le immagini, ma anche che è lecito farlo perché ci rendono vicina la presenza dei santi, sempre che questa venerazione venga effettuata nel modo corretto, altrimenti si cade nella superstizione.

La superstizione è “la deviazione del sentimento religioso e delle pratiche che esso impone” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2111).

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