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Quando John Henry Newman diede una lezione di coscienza al Primo Ministro

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La sua risposta all’attacco di Gladstone ai cattolici è ancora oggi un brillante trattato sulla coscienza cattolica

In una cultura moderna che va alla deriva, è bene ricordarsi del Vero, del Buono e del Bello. Ogni settimana è mio umile privilegio of rire una selezione da un indispensabile Canone di saggi, discorsi e libri che accenderanno una luce nell’oscurità. È un Canone che ho assemblato nel corso di molti anni e spero che stimolerà e ispirerà ogni lettore. Cosa più importante, spero che ci ricorderà di ciò che è Vero in un’epoca in cui prevalgono le menzogne. E se sappiamo cos’è Vero, siamo più capaci di fare ciò che è Giusto.

Tod Worner

L’attacco fu rapido e feroce. La luce­-guida e “leone” liberale della politica britannica, il Primo Ministro W.E. Gladstone, lanciò un violento attacco contro i cattolici dell’impero britannico. Temendo che la fedeltà dei cattolici alla Chiesa di Roma minacciasse un vile tradimento, Gladstone dichiarò che “nessuno può diventare convertito [della Chiesa cattolica] senza rinunciare alla sua libertà morale e mentale e senza mettere la sua lealtà e i suoi doveri politici alla mercè di qualcun altro”.

Non era la prima volta che accadeva. Il sacerdote cattolico inglese (e convertito dall’anglicanesimo) John Henry Newman se ne lamentò sicuramente. Non fu l’unico. E allora fu costretto a rispondere. Nella sua lettera al duca di Norfolk, scritta nel 1875, Newman insegnò al Primo Ministro la vera “libertà morale e mentale” del fedele cattolico. La lettera divenne in realtà un brillante trattato sulla coscienza cattolica.

Quando [Dio] è diventato Creatore, ha impiantato la sua legge, che è Egli stesso, nell’intelligenza di tutte le sue creature razionali. La legge divina, allora, è la regola della verità etica, lo standard del giusto e dello sbagliato, una sovranità, irreversibile, autorità assoluta alla presenza degli uomini e degli angeli.

La regola e la misura del dovere non è l’utilità, né la convenienza, né la felicità del più alto numero possibile di persone, né la convenienza per lo Stato, né l’idoneità, l’ordine e il pulchrum. La coscienza non è un egoismo lungimirante, né il desiderio di essere coerenti con se stessi, ma un messaggero di [Dio], che sia in natura che in grazia ci parla dietro un velo, e ci insegna e ci regge attraverso i suoi rappresentanti. La coscienza è l’originario Vicario di Cristo, un profeta nelle sue informazioni, un monarca nella sua perentorietà, un sacerdote nelle sue benedizioni e nei suoi anatemi, e anche se il sacerdozio eterno attraverso la Chiesa dovesse cessare, in [coscienza] il principio sacerdotale rimarrebbe e avrebbe la sua influenza…

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