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Per una maggiore voce delle donne nei momenti decisionali della Chiesa

Pixabay.com/Public Domain/ © nickelbabe
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Il libro “La Chiesa delle donne” affronta il complesso tema del ruolo femminile nella Chiesa

Il 15 maggio prossimo, al Salone Internazionale del Libro di Torino si terrà un incontro sulle tematiche affrontate dal libro “La Chiesa delle donne” di Lucetta Scaraffia in dialogo con Giulia Galeotti (Città Nuova Edizioni). Oltre alle due autrici prenderanno parte all’evento, Anna Foa, Andrea Possieri e don Sergio Massironi.

Abbiamo raggiunto al telefono don Sergio Massironi, sacerdote nella diocesi di Milano, al quale abbiamo chiesto quale sia oggi il rapporto tra la Chiesa e le donne.

Nel testo viene sottolineata una cosa molto vera: Oggi la Chiesa cattolica è tenuta in piedi dalle donne che, però, non conta­no nulla nelle strutture decisionali. Se per Chiesa intendiamo la vita ecclesiale fatta di luoghi, di parrocchie, di gruppi, comunità e così via, il contributo che le donne offrono è meraviglioso e immenso. In questo senso, come è ben evidenziato nel libro, il Concilio Vaticano II ha fatto moltissimo dando quel maggiore spazio ai laici che le donne hanno saputo prontamente cogliere per giocarsi tutta una serie di carte, loro proprie. Ad esempio nell’ambito della catechesi, diventata clamorosamente, e in alcuni casi eccessivamente, quasi una esclusiva femminile.

Per quel che riguarda l’affermazione che le donne non contino nulla nelle strutture decisionali, è fondamentale capire a quali livelli di queste strutture si fa riferimento. Il libro evidenzia come soprattutto nell’ambito italiano la figura maschile del sacerdote abbia avuto e continui ad avere un assoluto ruolo di primo piano. Se andiamo a vedere i luoghi e i contesti in cui la presenza femminile si è affermata nelle strutture decisionali della Chiesa- penso in particolare a tutto il mondo Nord Europeo, di lingua tedesca in particolare – la domanda che dobbiamo porci è se essa abbia veramente scalfito la modalità maschile di gestire il potere o se, più semplicemente – in analogia a quanto evidenziato dalle critiche rivolte al femminismo degli anni 60-70 – si sia solo ripiegata sui modelli maschili. Parlando con amici della Chiesa Svizzera e della Chiesa Tedesca, essi lamentano il fatto che le donne che occupano posti di responsabilità non si mostrino particolarmente femminili, non mettano in atto quelle capacità di ascolto, percettività e maternità che le contraddistinguono, e giungano in alcuni casi a interpretare ed amplificare le logiche maschili del clericalismo.

Oltre a ciò, ai fini di un autentico approfondimento è urgente individuare quali siano gli spazi e i ruoli in cui si potrebbe incardinare una maggiore presenza femminile, verificando in primis quali strutture richiedano necessariamente di essere dirette da soggetti consacrati, e quali possano essere attribuite a laiche. Il problema è che ci sono tanti spazi di dialogo e confronto con un ruolo esclusivamente consultivo, che però lasciano il tempo che trovano nella misura in cui il potere decisionale effettivo è prerogativa soltanto del parroco e del vescovo.

La successiva intervista condotta con Giulia Galeotti amplia la riflessione sul ruolo delle donne nella Chiesa a partire dalla risposta alla domanda se il pontificato di Papa Francesco stia offrendo a riguardo un ulteriore slancio.

L’autrice inizia la sua riflessione dal ricordo personale del giorno dell’elezione al soglio pontificio di Jorge Mario Bergoglio, che scelse il nome di Francesco.

Quando eravamo in piazza San Pietro ad aspettare l’elezione del Papa e abbiamo scoperto che avrebbe preso il nome di Francesco, oltre a intuire che questo volesse significare un forte richiamo alla povertà, alla pace e alla cura degli ultimi, ho immediatamente pensato al rapporto di amicizia tra Francesco e Chiara: una pagina meravigliosa del rapporto uomo- donna sostanzialmente rimasta in solitudine nella storia della Chiesa e della quale quest’ultima ha fatto scarsamente tesoro. In effetti a tal riguardo Papa Francesco ha dato segnali importanti sulla scia di Benedetto XVI che, per primo dopo 150 anni, ha aperto alle giornaliste le porte dell’Osservatore Romano.

Quale maggior spazio devono trovare oggi le donne nella Chiesa?

Prima di rispondere a questa domanda occorre sottolineare che la Genesi ci dice che “Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò”, evidenziando la diversità dello sguardo maschile e femminile che, con pari dignità vede e affronta la realtà materiale e spirituale in modo assolutamente differente e complementare. Pertanto la Chiesa non può ignorare questo diverso sguardo delle donne, nell’affrontare la vita, le gioie e i dolori e anche nel leggere il Vangelo, oltre al fatto che, più banalmente, deve prendere atto che “collasserebbe” qualora le donne la abbandonassero. Infatti a fronte di 700.000 religiose sono presenti (ad esclusione dei preti) 55.000 religiosi, rappresentando questi ultimi solo il 7% del totale, e anche qualora ad essi venissero aggiunti i circa 5000 vescovi e 400.000 sacerdoti la componente maschile non rappresenterebbe che il 40% dei consacrati. Per non parlare dello straordinario impegno concreto portato avanti dalle religiose sia nell’ambito della vita ecclesiale che della società in generale. Mentre il messaggio evangelico ha fortemente valorizzato il ruolo femminile come dimostrano i numerosi incontri tra Cristo e le varie figure di donne riportati nelle Scritture, e il diritto canonico ha rivoluzionato il rapporto maschile femminile sancendo l’uguale disvalore dell’adulterio da parte di entrambi, oltre all’esclusione del ripudio della sposa da parte del marito, la Chiesa ha invece dimostrato nei confronti della donna, dispiace dirlo, una misoginia che oggi non può più essere accettata. Non solo sotto l’aspetto della rivendicazione della parità, ma soprattutto per la perdita della ricchezza di questo sguardo di cui la Chiesa non può fare a meno. Senza peraltro portare avanti richieste e rivendicazioni come quella del sacerdozio femminile, è però importante che nei tavoli decisionali le donne siano presenti, e questa presenza dovrebbe essere prevista anche nell’ambito dell’insegnamento nei seminari – affidando loro cattedre su materie rilevanti – in cui i sacerdoti in formazione potrebbero avere l’opportunità del fondamentale “incontro” con il femminile che altrimenti rimarrebbe confinato al solo rapporto con le donne della loro famiglia.

Alcuni hanno fatto osservare che quando le donne occupano posti rilevanti nella struttura ecclesiale rischiano di perdere gran parte del loro sguardo femminile. Lei cosa pensa a riguardo?

Credo che questo rischio esista a causa della difficoltà che le donne incontrano nel confrontarsi in non facili contesti tipicamente maschili, come avviene anche nel più vasto ambito della società. Nonostante ciò, rimane nostra la responsabilità di preservare l’unicità di questo sguardo anche se ritengo che il rischio maggiore venga corso non tanto dalle religiose quanto dalle laiche. Oggi le suore ci offrono un esempio di femminilità, nei modi, negli atteggiamenti e nelle parole, che è molto prezioso.

 

«Se la dignità della donna testimonia l’amore, che essa riceve per amare a sua volta, il paradigma biblico della «donna» sembra anche svelare quale sia il vero ordine dell’amore che costituisce la vocazione della donna stessa. Si tratta qui della vocazione nel suo significato fondamentale, si può dire universale, che poi si concretizza e si esprime nelle molteplici «vocazioni» della donna nella Chiesa e nel mondo.

La forza morale della donna, la sua forza spirituale si unisce con la consapevolezza che Dio le affida in un modo speciale l’uomo, l’essere umano. Naturalmente, Dio affida ogni uomo a tutti e a ciascuno. Tuttavia, questo affidamento riguarda in modo speciale la donna – proprio a motivo della sua femminilità – ed esso decide in particolare della sua vocazione». (Mulieris Dignitatem)

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