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Perché nella Bibbia il diavolo è associato al Serpente?

Pexels
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L'animale rappresenta invidia, cupidigia, avidità, e si insinua abilmente, in modo viscido, tra Dio e gli uomini

Perché nella Bibbia il diavolo è rappresentato con le sembianze di un serpente? E’ un’associazione casuale o mirata? André Wénin in “Dio, il diavolo e gli idoli” (Edizioni Dehoniane Bologna) spiega che il nesso ha significati tutt’altro che casuali.

LE FONTI BIBLICHE

L’associazione diavolo-serpente inizia con il Giardino dell’Eden nella Genesi, dove il serpente tenta Eva:

Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna: «È vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?». 2 Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, 3 ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete». 4 Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! 5 Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male» (Gen 3,1-4)

E termina nell’Apocalisse di Giovanni. La conclusione dell’Apocalisse chiama «il drago, il serpente antico che è Diavolo e il Satana» (Ap 20,2). Questi termini rimandano chiaramente il lettore al serpente dell’inizio della Genesi (Gen 3). Tanto più che, in Ap 12,9 – in cui questa titolatura compare per la prima volta – il narratore precisa che questo serpente è ingannatore, seduce e svia il mondo intero.

“CATTIVO INFINITO”

Wenin rilegge la figura del serpente in virtù delle considerazioni del filosofo francese Paul Ricœur nel secondo volume di “Finitudine e colpa“. Ricœur si interroga sul significato del serpente partendo da ciò che fa. Nelle sue parole riconosce l’azione del «“cattivo infinito” che perverte il senso del limite da cui la libertà era orientata».

TRE SIGNIFICATI

Quindi, il filosofo arriva a tre conclusioni in relazione alla figura del serpente:

1) la struttura di una libertà finita fa sì che il desiderio umano sia tentato dal cattivo infinito che induce a considerare il limite un divieto ostile. Il serpente sarebbe quindi «una parte di noi stessi che noi non riconosciamo» e che è legata alla cupidigia.

2) La figura del serpente sottolinea anche l’esperienza concreta dell’anteriorità del male nell’esistenza di ognuno. Come il serpente nel giardino, il male è già lì e non è l’essere tentato a inaugurarlo. Quest’ultimo si limita piuttosto ad acconsentirvi.

3) Spingendosi ancora oltre, si può riconoscere, sotto il simbolo dell’animale rampante, una sorta di «struttura cosmica del male», nel senso che il mondo ha qualcosa di un caos indifferente all’esigenza etica che sollecita ogni essere umano. In questa linea, il mondo può essere considerato un invito a disperare del bene e a rassegnarsi all’assurdo.

TRA GLI UOMINI E DIO

Il serpente, con le sue poche parole, viene quindi a insinuarsi fra gli umani e Dio, distorcendo una parola destinata ad aprirli l’uno all’altro e seminando così la confusione, instillando la diffidenza, separando coloro che questa parola avrebbe potuto unire.

Ma occorre notare che la tentazione si innesta nel punto della mancanza, e pertanto del desiderio frustrato nella sua propensione alla totalità. Perciò nella tentazione si tratta fondamentalmente del modo in cui l’essere umano vivrà il suo desiderio quando quest’ultimo incontrerà il suo limite.

FURBO MANIPOLATORE

Il serpente è un abile manipolatore, furbo, scaltro che attraverso stratagemmi si “insinua” nelle mente umana. Non a caso abbindola immediatamente la donna che gli annuncia il divieto di toccare l’albero con il pomo nel Giardino dell’Eden. E lo fa rovesciando il divieto imposto da Dio.

Il serpente si spaccia come buono. Implicitamente, si presenta come alleato degli umani, preoccupato della loro felicità, al contrario di Dio che, senza dirlo, si comporta come un rivale geloso di un privilegio che non vuole cedere (il divieto di toccare quell’albero).

SIMBOLO DI CUPIDIGIA E INVIDIA

Allora quell’animale non è altro che l’immagine di invidia, avidità, o cupidigia – e la sua sorella gemella, la gelosia – ossia il desiderio che prende una brutta piega quando non può accettare il limite che lo struttura. La cupidigia infatti incentra lo sguardo su ciò a cui questo limite impone di rinunciare, al punto da far dimenticare tutto ciò che è stato donato.

Peggio, con essa, ciò che si è ricevuto non viene più riconosciuto come dono, ma appare come un diritto acquisito. Inoltre, l’invidia gioca sulle apparenze del bene e del male per lasciar credere che, imboccando la sua strada – prendere e mangiare il pomo – si sfuggirà alle frustrazioni che impone il limite per raggiungere infine una felicità senza ombre.

ROTTURA CON IL CREATORE

In breve, secondo la conclusione del racconto mitico, la cupidigia, incarnata dal serpente-Satana, rovina ogni possibilità di alleanza fra gli umani e il creatore, scalza le relazioni fondatrici dell’umano, compromette la buona intesa con la natura. Non tarderà a seminare la morte dopo aver trasformato un uomo in nemico giurato del proprio fratello.

IL DIAVOLO E LA MENZOGNA

Il diavolo, essenzialmente cerca la morte. Più esattamente, il suo desiderio – la sua cupidigia – lo spinge a volere la morte degli umani e a burlarsi della verità per condurli alla morte attraverso la menzogna. Perciò la strategia diabolica congiunge strettamente menzogna e morte; a essa Gesù contrapporrà l’opera del Padre che fa sua: la verità e la vita (Gv14,6). Anche nel seguito del racconto evangelico, Satana sarà l’ultimo avversario di Gesù.

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