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Rubare per fame non è reato. La giustizia torna in Cassazione…

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I giudici della Cassazione hanno ribaltato una sentenza dei loro colleghi genovesi molto discutibile

Una sentenza, quella della Cassazione, che alleggerisce il cuore: chi ruba per fame, fame vera, quella di chi non ha nulla, non compie un reato. Dalla necessità non si sviluppa la colpa penale, la proprietà non viene prima della persona dunque.

I FATTI

E’ il Corriere della Sera che riassume la vicenda che già dai suoi contorni di cronaca ci fa capire che non siamo di fronte ad una vicenda criminale, ma ad una situazione di oggettiva necessità. L’uomo coinvolto si chiama Roman Ostriakov, è un ucraino senza lavoro e oggi ha 36 anni.

Nel 2011 fu sorpreso mentre rubava da un supermercato di Genova due pezzi di formaggio e una confezione di wurstel per un valore totale di 4,07 euro. Venne condannato in primo grado a scontare sei mesi di reclusione con la condizionale e a pagare una multa di 100 euro. Sentenza confermata in Appello. Ma ribaltata dalla Corte di Cassazione: «il fatto non costituisce reato». Per la Suprema Corte non è punibile chi, spinto dal bisogno, ruba al supermercato piccole quantità di cibo per «far fronte» alla «imprescindibile esigenza di alimentarsi». Il furto avvenne al supermercato Ekom, in via Torti, quartiere San Fruttuoso. Era il 19 novembre. Ostriakov, nato il 6 agosto 1980 e domiciliato a Genova, si era già reso responsabile di furtarelli analoghi. L’uomo era stato visto da un cliente che aveva avvertito la vigilanza del punto vendita. Alle casse il clochard aveva pagato solo per dei grissini (2 maggio).

Nemmeno il procuratore di Genova voleva comminare una pena ritenuta ingiusta e così dopo la sentenza di primo e secondo grado per furto lieve, aveva impugnato la vicenda di fronte alla Cassazione chiedendo che venisse riformata la sentenza in quanto il furto sarebbe stato sventato e quindi sarebbe dovuto essere considerato come “tentato furto”.

LA SENTENZA

La posizione del Procuratore Generale di Genova è stata “convalidata” dalla Cassazione andando ben oltre e facendo – nei fatti – giustizia piena creando un precedente importante perché stabilisce che “il fatto non costituisce reato”, invalidando le precedenti sentenze:

La sentenza degli ermellini – numero 18248 della Quinta sezione penale – non riporta l’entità della pena inflitta a Roman, che aveva già dei precedenti di furti di generi alimentari di poco prezzo perché spinto dalla fame. Ad avviso dei supremi giudici quello commesso da Roman è un furto consumato e non tentato, ma – a loro avviso – «la condizione dell’imputato e le circostanze in cui è avvenuto l’impossessamento della merce dimostrano che egli si impossessò di quel poco cibo per far fronte ad una immediata e imprescindibile esigenza di alimentarsi, agendo quindi in stato di necessità». Così è stata annullata senza rinvio la sentenza di condanna inflitta in appello il 12 febbraio del 2015 «perché il fatto non costituisce reato» (Corriere della Sera, 2 maggio).

ABBIAMO BISOGNO DI PIU’ SOLIDARIETA’

Come dicevamo la sentenza è – per certi versi storica – e introduce nell’ordinamento un principio importante oltre a metterci di fronte ad un fatto molto drammatico quanto vero: abbiamo bisogno di più solidarietà. Lo avverte anche Massimo Gramellini, vicedirettore de La Stampa:

Per i giudici supremi il diritto alla sopravvivenza prevale su quello di proprietà. In America sarebbe una bestemmia e anche qui qualche benpensante parlerà di legittimazione dell’esproprio proletario. In realtà la situazione è parecchio cambiata dagli Anni Settanta, quando a saccheggiare impunemente i supermercati in nome del proletariato erano i figli di papà, che infatti prelevavano caviale e champagne. Adesso non si ruba più per inseguire un’idea, ma per riempire lo stomaco. E a compiere gli espropri sono proletari veri. Veri e affamati. Anche in passato esisteva una quota di esclusi: sfortunati e balordi, disoccupati e inoccupabili. Ma grazie al benessere diffuso e a uno Stato materno e spendaccione, la società italiana riusciva a farsene carico. Non si era ancora sfaldata in tante solitudini, tenute a bada sempre più a fatica dalle associazioni di volontariato. La sentenza della Cassazione anticipa il reddito di cittadinanza e ricorda a tutti che in un Paese civile nemmeno il peggiore degli uomini può morire di fame (2 maggio).

 

COSA DICE LA MORALE CRISTIANA?
A darci una opinione dal versante teologico è padre Mauro Cozzoli, ordinario di Teologia Morale presso la Pontificia Università Lateranense e cappellano di Sua Santità, che Aleteia ha contattato per un commento.
Professor Cozzoli, il settimo comandamento dice “non rubare”, ma la norma morale che tipo di applicazione riscontra nella Tradizione o nel Catechismo?
Cozzoli: Nella tradizione morale cattolica il diritto di proprietà non è un diritto primario ma secondario. Primaria è la destinazione universale dei beni: i beni della terra sono per tutti, destinati da Dio ad ogni creatura. Di qui il diritto primario di beneficiare tutti dei beni disponibili. Tradotto in pratica questo significa la possibilità morale di attingere ai beni di proprietà altrui, in caso di estrema necessità, per ragioni di sopravvivenza.

I giudici con la loro sentenza hanno sancito, per l’ordinamento italiano, che in sostanza “la fame non è un reato”. Cosa ne pensa?
Cozzoli: La fame propria o delle persone affidate alla propria cura può costituire un caso di estrema necessità, così da non costituire un furto appropriarsi di cibo altrui per fame

Questo caso ci porta subito alla memoria il continuo richiamo del Papa circa l’applicazione della Misericordia nella vita di fede, contro il legalismo della norma. E’ un paragone corretto secondo lei?
Cozzoli: L’appello alla misericordia è un motivo in più per comprendere e giustificare la persona che attinge a beni altrui per rimediare a bisogni elementari e basilari non altrimenti soddisfacibili.

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