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Il costo umano della moda: quanto siamo responsabili dello sfruttamento?

Pauli Kuitunen / Union to Union-cc
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Le 9 domande che tutti dobbiamo porci prima di acquistare vestiti

Il 24 aprile 2013 sono morti ben 1135 lavoratori e altre 2500 persone sono rimaste ferite nel crollo della “Rana Plaza” (un edificio destinato a officine che ospitava gli uffici e laboratori tessili). Giorni prima gli operai avevano sentito qualcosa di simile ad un’esplosione, ma i proprietari delle fabbriche hanno fatto pressione per farli continuare a lavorare.

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La notizia è rimbalzata tra i media internazionali e presto sono iniziate a comparire i nomi di molte multinazionali coinvolte nella tragedia di Rana Plaza. Di chi è stata la colpa di questa tragedia? Dei proprietari di una fabbrica locale in outsourcing? Della legislazione del paese? Delle multinazionali che trasferiscono le loro attività? Seguendo il filo della catena di distribuzione… sono forse i consumatori i responsabili di questa tragedia?

La tragedia di “Rana Plaza” ha mostrato la realtà dei lavoratori tessili in Bangladesh, in Cambogia, nelle Filippine, in Thailandia… Quel giorno ha dimostrato che dietro molti dei prodotti e degli articoli che consumiamo liberamente e allegramente ci sono situazioni di semi-schiavitù e di violazioni dei diritti umani. Questo problema persiste? Oppure è cambiato qualcosa nel settore tessile?

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A prima vista non è cambiato nulla. L’industria tessile prosegue con lo stesso sistema di produzione, cioè con prodotti realizzati in luoghi dove la manodopera è economica, con prodotti “low cost”. A questo si aggiungono le campagne pubblicitarie che spingono a cambiare vestiti in ogni stagione, se non si vuole andare fuori moda, a prezzi molto economici. Passati due anni, l’utente finale torna a usare gli stessi vestiti e le stesse scarpe. Prima c’era forse qualche scusa, ma ora non si può parlare di ignoranza… Siamo responsabili di questa tragedia?

Il modello di produzione: il subappalto, la delocalizzazione, la riduzione dei costi

Le grandi multinazionali hanno messo gli occhi sul mercato asiatico per puri interessi mercantili. Non lasciamoci ingannare… non pretendono di aiutare un paese sottosviluppato né si tratta di ong che vogliono offrire occupazione ai bisognosi. Vanno in India, in Bangladesh, in Cambogia e in Marocco perché i salari sono più economici, i sindacati non fanno pressione e i governi sono molto più permissivi nelle loro legislazioni. Il subappalto a sua volta permette di ottenere il prodotto ad un profitto più elevato. È la legge di riduzione dei costi portata all’estremo. Cesar Laborda, dirigente di Iberasia, lo ha spiegato in un reportage trasmesso dalla televisione spagnola La Sexta:

Non si può competere nel settore tessile se non producendo in Asia e nei paesi del Terzo Mondo. “Preferirei produrre in Spagna, ma le cose stanno così… non c’è molto da ragionarci su”, ha detto Cesar Laborda.

Le aziende tessili sanno come sono le fabbriche dove vengono realizzati i propri prodotti? Conoscono come funzionano queste fabbriche? Le grandi multinazionali controllano il rispetto dei diritti dei loro lavoratori? Fanno finta di niente? Guardano dall’altra parte?

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