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Nelle scelte mediche è meglio mettere la religione da parte?

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Lasciare che l'empirismo elimini artificialmente la dimensione spirituale impoverisce il dibattito, ma c'è di più

Enrique Burguete – Universidad Católica de Valencia

In generale, i dibattiti bioetici trattano le questioni suscitate dai progressi tecnici e scientifici nel campo della ricerca e della pratica biomedica.

La velocità con cui avvengono questi progressi solleva la questione se la filosofia morale, e soprattutto l’etica teologica, sia in grado di dare risposte alle nuove questioni sollevate, o se debba lasciare il posto all’etica strategica.

Negli ultimi mesi, la rivista Journal Medical Ethics ha riportato alla ribalta il dibattito sul posto della religione nella deontologia medica.

Nigel Biggar, docente di teologia morale all’Università di Oxford, ha criticato l’ambiguità morale dell’etica laica, che spesso ci costringe “a conformarci all’istituzione di compromessi disordinati”.

Biggar nega che la logica religiosa sia irrazionale e sollecita gli intellettuali a superare i loro pregiudizi “scientisti” e di riconoscere che la teologia morale sia depositaria di principi genuinamente convincenti e illuminanti.

Biggar è stato contestato da Kevin Smith, professore presso l’Università di Abertay Dundy; da Brian Earp, ricercatore presso l’Università di Oxford; e da Xavier Symons, dell’Università Cattolica di Sydney.

La critica di Smith agli argomenti di Biggar si concentra su quanto segue: in primo luogo, i principi di etica teologica non sono universali perché fanno appello all’autorità divina, piuttosto che al discorso razionale.

Inoltre, sono stati formulati quando le possibilità della tecnologia contemporanea era ancora sconosciuta per rilevare malattie prenatali precoce (diagnosi prenatale), per creare e mantenere la vita embrionale al di fuori del grembo materno (FIV) o per cancellare la vita intrauterina attraverso tecniche di sicurezza per le donne in gravidanza (aborto).

Solo l’etica “laica”, aggiunge, garantisce la discussione sulla base di principi etici aperti ad analisi razionale.

E conclude che solo l’utilitarismo ha il potenziale per attirare un consenso universale, dal momento che felicità e sofferenza sono, rispettivamente, apprezzate e avverse da parte di tutti gli attori coinvolti nel dibattito.

Brian Earp nega persino che la religione debba avere un posto, come tale, nei centri di discussione di etica medica.

La sua paura è che le conferenze episcopali, che citando Mencimer definisce come “un gruppo di anziani conservatori”, possa definire le linee guida dell’assistenza sanitaria.

Se così fosse – dichiara – i non credenti dovrebbero accettare il divieto dell’aborto, della prescrizione di contraccettivi e delle sterilizzazioni volontarie, così come dovrebbero accettare il disprezzo del sistema sanitario nei confronti del testamento biologico che implica, se necessario, l’interruzione della alimentazione assistita o di altre forme di sostegno vitale.

Tuttavia, Earp riconosce che Biggar esclude ogni appello all’autorità, “che sia della Bibbia, del Papa o del Corano”. In fondo – chiarisce – il concetto di religione proposto da Biggar è analogo a quello della “filosofia morale”, usando la persuasione come strumento ordinario, piuttosto che l’imposizione. Pertanto, la sua proposta è tanto incontrovertibile quanto irrilevante.

Allo stesso modo, Xavier Symons respinge l’idea che la religione – intesa come un sistema di culto divino – abbia un posto nel dibattito medico secolare.

La discussione, per Symons, dovrebbe impedire di accusare chi ha un approccio opposto di essere accecato dal peccato. Tuttavia, la filosofia morale teista si merita un posto nell’etica medica, perché i suoi argomenti sono dichiarazioni razionali in materia di ordine morale inscritto da Dio nella struttura teleologica della natura umana, che è: il rispetto della legge naturale.

La risposta di Biggar ai critici è stato cordiale, ma forte. A Smith ha rimproverato, da un lato, di non distinguere adeguatamente tra religione popolare ed etica teologica; dall’altro lato, di mantenere una visione utopica sulla possibilità di ottenere un consenso etico universale con le basi dell’utilitarismo.

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