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Da dove deriva la parola “ostia”?

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I cristiani hanno adottato questo termine per riferirsi all'Agnello immolato

Il pane consacrato, quindi, è un’“ostia”, anzi, la vera “ostia”, cioè il Corpo stesso del risorto, una volta mortalmente aggredito dalla malvagità umana e ora vivo tra noi, fatto pane e vino, offerto come cibo e bevanda: prendete e mangiate… Prendete e bevete…

Con il tempo, purtroppo, si è perso molto di questo senso profondamente teologico e spirituale che la parola “ostia” ha assunto nella liturgia del cristianesimo romano primitivo, e ci si è concentrati quasi solo sulla materialità della “particola circolare di pasta di pane azzimo consacrata nella Messa” – al punto che arriviamo a chiamare “ostie” anche le particole non ancora consacrate!

Oggi, quando parlo di “ostia”, penso alla “vittima pasquale”, penso alla morte di Cristo e alla sua resurrezione, penso al mistero pasquale. Ostia per me è questo: la morte del Signore e la sua resurrezione, la sua donazione totale per noi, presente nel pane e nel vino consacrati. Per questo, dopo l’invocazione dello Spirito Santo sul pane e sul vino e la narrazione dell’ultima cena del Signore nella Messa, tutta l’assemblea canta: “Annunciamo la tua morte, o Signore, proclamiamo la tua resurrezione nell’attesa della tua venuta”.

Di fronte a questa “ostia”, ovvero di fronte a questo mistero, la gente si inchina con profonda reverenza, si inginocchia e si immerge in una profonda contemplazione, assumendo l’impegno di essere così: corpi offerti “come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio” (Rm 12,1). Adorare l’“ostia” significa arrendersi al suo mistero per viverlo nella quotidianità. E comunicare l’“ostia” significa assimilare il suo mistero nella totalità del nostro essere per diventare ciò che è Cristo: ostia, offerta al servizio dei fratelli.

E ora capisco meglio quando il Concilio Vaticano II, esortando alla partecipazione consapevole, pietosa e attiva al “sacrosanto mistero dell’Eucaristia”, chiede che i fedeli, “offrendo l’Ostia immacolata, non soltanto per le mani del Sacerdote, ma insieme con Lui, imparino ad offrire se stessi, e di giorno in giorno, per mezzo di Cristo Mediatore” (SC II,48).

Fra’ José Ariovaldo da Silva, OFM

[Traduzione dal portoghese a cura di Roberta Sciamplicotti]

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