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Le lacrime al cuore di Papa Francesco. “Guardo sempre l’immagine di S. Pietro che piange”

© GIUSEPPE CACACE / AFP
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Don Luca Saraceno racconta il rapporto speciale dei Papi con il pianto. "Per imparare a piangere bisogna aprire gli occhi sulla realtà"

“Papa Francesco custodisce una stampa antica dell’apostolo Pietro che piange” dopo il tradimento, “simbolo della Chiesa che piange sui suoi peccati”. Lo rivela don Luca Saraceno, sacerdote siracusano, fino a novembre scorso rettore del Santuario della Madonna delle Lacrime e autore del libro “La saggezza delle lacrime” (EDB 2015). Un libro che parla del “magistero delle lacrime” di Papa Francesco e che ha fatto commuovere il Pontefice. Che un sabato pomeriggio lo ha chiamato, confidandogli di soffermarsi spesso davanti all’immagine di San Pietro che piange. Don Saraceno è cresciuto all’ombra della Madonna delle Lacrime: era la fine di agosto del 1953 quando da un quadretto di gesso raffigurante il cuore immacolato di Maria sgorgarono “lacrime umane”. Giovedì 5 maggio, il reliquiario contenente alcune di quelle lacrime e i fazzoletti che le asciugarono, è in Vaticano in occasione della veglia “per asciugare le lacrime”, presieduta da Papa Francesco. “Nel reliquiario sono uniti i due aspetti del pianto: le lacrime della Madonna, dono dall’alto, e i fazzoletti, l’impegno degli uomini per consolare il pianto di Maria”. A Siracusa, la Madonna ha pianto per quattro giorni, un tempo circoscritto. Don Saraceno spiega: “Dio asciugherà le lacrime da ogni volto. È Dio che asciuga le lacrime, e asciugando le lacrime l’uomo compie una azione divina. È Dio che consola e l’uomo consolando parla il linguaggio di Dio”.

È la prima volta che il reliquiario di Siracusa viene esposto a San Pietro, nonostante i Papi abbiano mostrato venerazione per questa particolare manifestazione della Vergine, che la Chiesa ha riconosciuto come miracolosa in tempi record a dicembre 1953. Don Luca ci guida in questo percorso. Già nel ‘54, Pio XII – che solo pochi anni prima aveva proclamato il dogma dell’Assunzione – si riferì a questo miracolo: “Senza dubbio Maria è in cielo eternamente felice e non soffre né dolore né mestizia; ma Ella non vi rimane insensibile (…)”. Il primo a mettere in relazione le lacrime della Madonna con la misericordia è stato San Giovanni Paolo II. “Le lacrime della Madre celeste sono segno eloquente della Divina Misericordia” ha detto nel 2002. Per due volte il Papa volle il reliquiario al Gemelli, durante i suoi ricoveri. È stato proprio Giovanni Paolo II, nel 1994, a dedicare il Santuario alla Madonna delle Lacrime, e a consacrare l’altare. In questa occasione ha fornito anche l’interpretazione autentica di queste lacrime: sono lacrime di dolore, di preghiera e di speranza.

Papa Francesco sta sviluppando un vero e proprio “magistero delle lacrime”. Nei primi due anni di pontificato (il periodo coperto nel libro di don Saraceno) sono 54 i riferimenti al pianto, in tutte le sue espressioni. E in questo ultimo anno se ne contano un’altra cinquantina. “È qualcosa che è dentro il suo cuore di pastore. Qualcosa che sgorga dal suo cuore, come le lacrime sgorgano dagli occhi”. Così è successo in diverse occasioni che Francesco abbia messo da parte il testo scritto per dare spazio a questo altro “testo”, intessuto di lacrime. Chi non ricorda l’abbraccio alla piccola Jun durante il viaggio nelle Filippine? Proprio allora disse: “Certe realtà della vita si vedono soltanto con gli occhi puliti dalle lacrime. Invito ciascuno di voi a domandarsi: io ho imparato a piangere?” Ecco il punto: “Al mondo oggi manca esperienza pianto – dice don Saraceno -. L’uomo globalizzato non sa più piangere, ha dimenticato l’esperienza pianto”.

“L’esperienza del pianto appartiene al linguaggio della sapienza, non è un piagnisteo. È una esperienza di “uscita”, è una uscita del cuore, capace di avvicinarsi a chi soffre”. E la Madonna che piange “non è debole, ma manifesta la Sua forza, la Sua vicinanza, la sua cura per noi”. Si può imparare a piangere? Certo “non può esistere un manuale… il Papa parla di vedere, giudicare, agire. L’uomo di oggi può imparare l’arte del pianto aprendo gli occhi sulla realtà. Chi ama sa piangere: penso a certe confessioni o l’accompagnare una persona all’incontro con Dio”. O semplicemente a un bambino che si sente chiamare per nome, come è successo in parrocchia pochi giorni fa. “Per spiegare la parabola del Buon Pastore ho chiamato una bambina e l’ho fatta girare di spalle. Poi ho fatto chiamare il suo nome dalla mamma. Appena ha sentito la voce della mamma che la chiamava è scoppiata a piangere”.

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