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Papa Francesco: "Ha fede chi ha compassione"

© Antoine Mekary / ALETEIA

Radio Vaticana - pubblicato il 27/04/16

Così il pontefice durante l'udienza generale di oggi a Piazza San Pietro

Papa Francesco, oggi all’udienza generale, ha svolto la sua catechesi sulla parabola del buon samaritano (cfr Lc 10,25-37). “Un dottore della Legge – ricorda – mette alla prova Gesù con questa domanda: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?» (v. 25). Gesù gli chiede di dare lui stesso la risposta, e quello la dà perfettamente: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso» (v. 27). Gesù allora conclude: «Fa’ questo e vivrai» (v. 28)”.

“Allora quell’uomo pone un’altra domanda, che diventa molto preziosa per noi: «Chi è il mio prossimo?» (v. 29), e sottintende: “i miei parenti? I miei connazionali? Quelli della mia religione?…”. Insomma, vuole una regola chiara che gli permetta di classificare gli altri in “prossimo” e “non-prossimo”, quelli che possono diventare prossimi e quelli che non possono diventare prossimi”.

“E Gesù risponde con una parabola, che mette in scena un sacerdote, un levita e un samaritano. I primi due sono figure legate al culto del tempio; il terzo è un ebreo scismatico, considerato come uno straniero, pagano e impuro, cioè il samaritano. Sulla strada da Gerusalemme a Gerico il sacerdote e il levita si imbattono in un uomo moribondo, che i briganti hanno assalito, derubato e abbandonato. La Legge del Signore in situazioni simili prevedeva l’obbligo di soccorrerlo, ma entrambi passano oltre senza fermarsi”.

A braccio ha aggiunto: “Erano di fretta… Il sacerdote, forse, ha guardato l’orologio e ha detto: ‘Ma, arrivo tardi alla Messa… Devo dire Messa’. E l’altro ha detto: ‘Ma, non so se la Legge me lo permette, perché c’è il sangue lì e io sarò impuro…’.  Vanno per un’altra strada e non si avvicinano”.

“E qui – ha proseguito – la parabola ci offre un primo insegnamento: non è automatico che chi frequenta la casa di Dio e conosce la sua misericordia sappia amare il prossimo”. “Non è automatico! – ha detto parlando di nuovo a braccio -Tu puoi conoscere tutta la Bibbia, tu puoi conoscere tutte le rubriche liturgiche, tu puoi conoscere tutta la teologia, ma dal conoscere non è automatico l’amare: l’amare ha un’altra strada, l’amore ha un’altra strada. Con intelligenza, ma qualcosa di più…”.

“Il sacerdote e il levita vedono, ma ignorano; guardano, ma non provvedono. Eppure non esiste vero culto se esso non si traduce in servizio al prossimo. Non dimentichiamolo mai: di fronte alla sofferenza di così tanta gente sfinita dalla fame, dalla violenza e dalle ingiustizie, non possiamo rimanere spettatori. Ignorare la sofferenza dell’uomo, cosa significa? Significa ignorare Dio! Se io non mi avvicino a quell’uomo, a quella donna, a quel bambino, a quell’anziano o a quell’anziana che soffre, non mi avvicino a Dio”.

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