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La bellezza del mondo, senza Dio, è “quintessenza di polvere”

Everett Art Collection/Shutterstock

SPENCER KLAVAN - pubblicato il 21/04/16

C'è un forte parallelismo tra un monologo dell'Amleto di Shakespeare e il salmo 8, con una differenza sostanziale: Amleto ignora Dio, il salmista lo loda.

William Shakespeare, la cui nascita è ricordata il 23 aprile, è conosciuto per aver trasformato il sacro in profano. Il critico letterario Stephen Greenblatt ha dichiarato che “la rielaborazione di materiali religiosi tradizionali in rappresentazioni secolari” è una caratteristica delle opere di Shakespeare. Ma questo non rende Shakespeare un drammaturgo irreligioso — infatti, a volte, quello che il Poeta non dice su Dio la dice lunga sulla fede.

E questo appare chiarissimo nel celebre monologo sulla “quintessenza di polvere” nell’Amleto, che appare quasi una rielaborazione del salmo 8, ma senza Dio. Se mettiamo a confronto i due testi comprendiamo come cambia la nostra prospettiva se ignoriamo il divino. È impossibile provarlo, ma ho il sospetto che è quello che Shakespeare ha voluto dire. Ho il sospetto che lui sapeva tutto quello che perdiamo quando rimuoviamo Dio dal mondo.

Il monologo di Amleto è un’immagine di una bellezza senza pari vista attraverso gli occhi della disperazione. Il principe, afflitto, non apprezza più il buono nelle cose. “Questa meravigliosa macchina, la terra, non mi sembra più che uno sterile promontorio”, sospira, “l’aria, vedete… questo nobile firmamento, questa maestosa volta seminata di stelle, altro più non mi somiglia che una pestilenziale congerie di vapori. Qual capolavoro è l’uomo! … È nullameno che è per me questa quintessenza di polvere?” Tutto quello che Amleto riesce a vedere nello splendore ardente del cielo e nelle prodezze dell’umanità è polvere e aria.

Il monologo fa del marcato parallelismo con il salmo 8. Gli studiosi Peter Moore e Naseeb Shaheen hanno notato questa connessione, ma il suo significato è sottostimato. Sia Amleto che il salmista considerano la terra, poi il cielo e poi il posto dell’umanità nella gerarchia della creazione. Ma quello che Amleto considera “uno sterile promontorio”, porta invece per il salmista la firma di Dio. “O Signore, nostro Dio,quanto è grande il tuo nome su tutta la terra!” canta il salmista. Dove Amleto vede “una pestilenziale congerie di vapori”, il salmista scorge “il tuo cielo, opera delle Tue dita”. Dove Amleto esclama “qual capolavoro è l’uomo! … Un angelo allorchè opera!”, il salmista pare meravigliato: “che cosa è l’uomo … Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli”. Perché dunque Amleto vede desolazione dove il salmista vede gloria?

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