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Alle radici della famiglia

Pixabay.com/Public Domain/ © jarmoluk
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Il saggio di Fabrice Hadjadj fonda l’essenza della famiglia nella forza vitale della sessualità

«Non potrei terminare questa prefazione senza rendere onore ai miei genitori, che ebbero l’audacia di concepirmi all’antica su un divano rosso, a Tunisi, nel quartiere La Fayette, quando mio padre era di ritorno da numerose settimane di astinenza dopo la sua prima indagine sociologica a Menzel Abderrahmane, villaggio di pescatori sulla riva nord del lago di Biserta. Si sono desiderati e non mi hanno direttamente desiderato. Innanzitutto hanno voluto «fare l’amore» come si dice in modo maldestro, e non fare un figlio».

L’autore sottolinea che nell’attacco di cui oggi la famiglia è oggetto, c’è paradossalmente qualcosa di buono, un aspetto positivo per cui ringraziare i detrattori, perché con il loro atteggiamento ci consentono di rivalutarla:

“Eppure non è sconveniente ringraziare chi oggi attacca la famiglia, nella misura in cui risveglia la nostra attenzione e ci sprona a riconsiderare questa evidenza anteriore a ogni oggettività. Il loro mettere in discussione è una grazia. Occorre che ci siano delle eresie. È san Paolo a dichiararlo nella prima Lettera ai Corinzi (11,19): «È necessario infatti che sorgano fazioni tra voi, perché in mezzo a voi si manifestino quelli che hanno superato la prova»”

Hadjadj lucidamente sottolinea come coloro che attaccano la famiglia veicolando modelli apparentemente alternativi, di fatto non fanno altro che riproporre, anche se distorsivamente, la triade genitori-figlio.

«Poiché non è costruito, il dato essenziale o naturale non è passibile di decostruzione. Il solo modo per decostruirlo è distruggerlo completamente. Ma, poiché con la famiglia bisognerebbe distruggere l’uomo stesso, il più delle volte è sufficiente deformarla o parodiarla. Assistiamo così a un curioso ritorno della rimozione familiare. Proprio coloro che ieri denigravano il matrimonio e la famiglia, oggi rivendicano un matrimonio e una famiglia a modo loro. Anche se disdegnano il dato dei sessi, tuttavia concepiscono la famiglia come l’associazione di due adulti e di uno o più bambini, dimostrando con ciò di essere dipendenti e affascinati nei confronti del modello rivelato nell’unione naturale dell’uomo e della donna, come se non fossero potuti andare più lontano. Dopo tutto, la loro consapevole marginalità avrebbe potuto essere più inventiva, proponendo un matrimonio a n persone, una sorta di rimpasto sentimentale della società senza scopo di lucro, o anche un matrimonio con individui di un’altra specie, animale o vegetale o artificiale (parecchi si accoppiano col loro computer), sviluppando poi una genitorialità veramente nuova, con l’adozione degli anziani, per esempio, o la Procreazione medicalmente assistita di robot ibridi e di scimpanzé, di alti funzionari e barboncini, di top model e piante grasse… Invece no, mantengono così bene l’ordine simbolico di papà-mamma-bebé, che la loro sovversione è ancora sottomissione e le loro offensive presuppongono omaggi preterintenzionali».

Il saggista, dopo aver confutato che l’essenza della famiglia possa ridursi unicamente ai pur fondamentali concetti di amore, libertà ed educazione, affronta il problema partendo dall’ipotesi “assurda” di una situazione oggettiva di deficitarietà:

«Perché ci sfugge così facilmente l’essenza della famiglia? Per due ragioni, senza dubbio. La prima, lo si è visto, è la «preoccupazione di prevenire»: si pensa al bene, ancor più al benessere del figlio, ma si trascura di vedere che il figlio è prima di tutto un figlio, che l’individuo è prima di tutto un figlio, che ha la sua origine dall’unione di un uomo e di una donna: suo padre e sua madre. Può capitare che padre e madre siano carenti, insieme o separatamente, per morte, per abbandono, per divorzio ecc.; si cercherà allora di compensare questa defezione per il bene del figlio. A causa di una tragica disgrazia, perché papà è stato ucciso in guerra, un ragazzino viene allevato da sua madre e dalla zia, cioè da due donne. Ed ecco che «è riuscito a cavarsela». Ma che cosa bisogna concluderne? Che due donne possono allevare molto bene un bambino e che la disgrazia è destinata a diventare un diritto e una norma? La compassione egualitaria deve condurci a validare la catastrofe e, in definitiva, a dire anche che è bene per questo ragazzo che suo papà sia morto prematuramente? Come si vede in questo caso, la preoccupazione del benessere del bambino ci porta a sdrammatizzare la sua situazione, e a occultare, in tal modo, il suo stesso essere, frutto di una madre e di un padre, e nell’infanzia originariamente chiamato, secondo un ordine dato e non ricostruito, a maturare sotto i loro differenti sguardi, non sovrapponibili, di uomo e di donna».

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