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Il viaggio della sua vita

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Catholic Link - pubblicato il 20/04/16

Un video per non abituarsi alla sofferenza dei rifugiati

di Solange Paredes

Luoghi da sogno, vacanze e un’opportunità di vivere nuove avventure con tutta la famiglia. Questo è ciò che verrebbe da pensare se ti dicessi che qualcuno sta compiendo “il viaggio della sua vita” insieme alla famiglia. Tuttavia per milioni di migranti e rifugiati questo viaggio è diventato una vera odissea.

Il video che proponiamo è parte di un’iniziativa dell’Unicef, un’organizzazione che sebbene per alcuni temi sia un po’ controversa, ha lanciato una campagna davvero buona e di impatto, chiamata “Il viaggio della sua vita“. L’obiettivo è quello di richiamare la nostra attenzione e far sì che il mondo si renda conto della vera tragedia vissuta ogni giorno da milioni di persone, tra le quali tantissimi bambini.

Come dichiarato sul sito ufficiale dell’Unicef, soltanto nel 2015 ben 250 milioni di bambini sono stati esposti a violenza e povertà perché vivono in zone di conflitto. Di questi, 30 milioni hanno dovuto lasciare le proprie case ed emigrando, sopportando freddo, malattie ed esponendosi a ulteriore violenza e sfruttamento. A causa della guerra in Siria, dal 2015 al marzo di quest’anno sono quasi 300 milioni i bambini che hanno iniziato un viaggio verso l’Europa. Come detto anche nel video, un viaggio spesso iniziato da soli.

A questo punto vorrei fermarmi per un attimo e riflettere sulla grandezza di queste guerre. Pensare a cosa significhi nella vita delle persone che, come me e te, hanno una casa, un lavoro, frequentano l’università, escono con gli amici nei week-end, hanno una vita come la nostra. L’unica differenza è che i loro paesi sono devastati dalla guerra, che in Siria ha già raggiunto i cinque anni.

È importante tenere presente che stiamo parlando di un numero incredibilmente grande di persone. Davvero non ce ne rendiamo conto? Personalmente non sapevo l’entità di questi numeri (e stiamo parlando soltanto dei bambini). Certo, almeno una volta alla settimana sentiamo qualche notizia relativa al terrorismo in Siria, in Iraq o in Africa. Veniamo a conoscenza di attentati realizzati principalmente dall’ISIS o da Boko Haram; vediamo la notizia, ci sorprende un po’, e poi la dimentichiamo. Passano i giorni e sembra che l’anima si sia ricoperta di una corazza, molte delle notizie non ci commuovono più. Per attirare l’attenzione dei social network bisogna che si tratti di qualcosa di veramente tragico, sanguinario o violento.

Ed è per questo che sabato 16 aprile il Papa ha deciso di recarsi a Lesbo, l’isola greca diventata uno dei principali porti di arrivo dei tanti rifugiati. Secondo la ACI prensa, padre Leone Kiskinis, unico parroco cattolico dell’Isola, ha dichiarato: «È un viaggio di testimonianza a tutto il mondo quello dei migranti. Prima di essere un numero in un campo d’accoglienza, sono persone con una storia, con dei sogni, con un nome. Sono quindi persone che devono essere trattate con dignità, da esseri umani».

È necessario risvegliare le nostre coscienze anestetizzate dale routine e vedere che sta avvenendo una crisi umanitaria proprio in questo momento. La domanda chiave, come cristiani, è: cosa siamo chiamati a fare? Quale deve essere la nostra risposta?

A proposito di questi interrogativi, segnalo che la Giornata mondiale del rifugiato 2016, celebrata a gennaio, ha avuto come tema principale: “Migranti e rifugiati ci interpellano. La risposta del Vangelo della misericordia”. In questa giornata, il nostro Papa ha dichiarato:

Più che in tempi passati, oggi il Vangelo della misericordia scuote le coscienze, impedisce che ci si abitui alla sofferenza dell’altro e indica vie di risposta che si radicano nelle virtù teologali della fede, della speranza e della carità, declinandosi nelle opere di misericordia spirituale e corporale. (…) L’indifferenza e il silenzio aprono la strada alla complicità quando assistiamo come spettatori alle morti per soffocamento, stenti, violenze e naufragi. Di grandi o piccole dimensioni, sono sempre tragedie quando si perde anche una sola vita umana. (…) La rivelazione biblica incoraggia l’accoglienza dello straniero, motivandola con la certezza che così facendo si aprono le porte a Dio e nel volto dell’altro si manifestano i tratti di Gesù Cristo. Molte istituzioni, associazioni, movimenti, gruppi impegnati, organismi diocesani, nazionali e internazionali sperimentano lo stupore e la gioia della festa dell’incontro, dello scambio e della solidarietà. Essi hanno riconosciuto la voce di Gesù Cristo: «Ecco, sto alla porta e busso» (Ap 3,20).  (…) Alla radice del Vangelo della misericordia l’incontro e l’accoglienza dell’altro si intrecciano con l’incontro e l’accoglienza di Dio: accogliere l’altro è accogliere Dio in persona!

Riassumendo, la risposta è: compassione e misericordia. Ma come si traduce questo in azioni concrete? Padre Luis Montes, sacerdote argentino a capo di una missione religiosa in Iraq, propone 4 forme pratiche da fare nostre (qui il testo completo).


1. Preghiera: Come cristiani, dobbiamo essere consapevoli che la cosa più potente che abbiamo è la preghiera e, se è di intercessione, ancora meglio. Come ha detto Madre Angélica, fondatrice di EWTN, prima di amare il prossimo, bisogna amare Dio. Si deve vivere con Dio nel proprio cuore, prima di tutto. Non si può dare nulla che non si abbia.

2. Far sapere cosa sta accadendo in Medio Oriente: Come detto da Papa Francesco, non parlare di questi temi, essere indifferenti o guardare in silenzio equivale a essere complici della situazione.

Ci sono pagine ufficiali su Facebook che puoi seguire per sapere, con fonti di prima mano, cosa sta succedendo: Amigos de Irak eS.O.S. Cristianos en Siria.

3. Aiuti economici: Nei link appena menzionati ci sono maggiori informazioni, oppure visitate il sito di Aiuto alla chiesa che soffre.

4. Vivi la carità in casa: Suona come uno scherzo, ma certamente non possiamo pretendere di aiutare le persone che sono a migliaia di chilometri di distanza da noi, se non riusciamo ad aiutare quelli che sono vicini a noi. Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto(Luca 16:10).

Secondo ACI prensa, Padre Montes ha poi aggiunto che “l’odio che c’è nel cuore di molte persone, quali ad esempio i membri dello Stato Islamico, non è un qualcosa che sorge dalla sera alla mattina. È gente che ha permesso al male di dimorare nel proprio cuore. Quando ci viene da parlare male di un vicino, dobbiamo dire a noi stessi di non farlo, per i cristiani perseguitati. Quando in casa ci viene chiesto un favore, dobbiamo farlo, per i cristiani perseguitati”.

Per finire, voglio condividere una breve riflessione di Papa Francesco durante un suo incontro con i rifugiati in Italia nel 2013:

«Da questo luogo di accoglienza, di incontro e di servizio vorrei allora che partisse una domanda per tutti, […]: mi chino su chi è in difficoltà oppure ho paura di sporcarmi le mani? Sono chiuso in me stesso, nelle mie cose, o mi accorgo di chi ha bisogno di aiuto? Servo solo me stesso o so servire gli altri come Cristo che è venuto per servire fino a donare la sua vita? Guardo negli occhi di coloro che chiedono giustizia o indirizzo lo sguardo verso l’altro lato per non guardare gli occhi?  La carità che lascia il povero così com’è non è sufficiente. La misericordia vera, quella che Dio ci dona e ci insegna, chiede la giustizia, chiede che il povero trovi la strada per  non essere più tale».


Per capire qualcosa in più sulla situazione in Siria, ecco un video che spiega bene ciò che stanno soffrendo i nostri fratelli:

QUI IL LINK ALL’ARTICOLO ORIGINALE

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Valerio Evangelista]

Tags:
chiesa perseguitatapapa francescorifugiatisiriasolidarieta
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