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Quando tacere è un atto di misericordia

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Tenere a freno la lingua è a volte un’esigenza specifica dell’amore

In mezzo alle controversie che circondano la recente esortazione apostolica di papa Francesco, Amoris Laetitia, una sezione straordinaria è stata quasi completamente trascurata. Nel capitolo 4, “L’amore nel matrimonio”, il Santo Padre offre una toccante esegesi di un brano che viene letto spesso nei matrimoni: l’inno alla carità di San Paolo, tratto dalla seconda Lettera ai Corinzi.

Il testo trascende il matrimonio, è la misericordia in azione. L’amore che San Paolo celebra come la virtù più grande e più duratura dev’essere lo standard per ogni rapporto umano. È per questo che le riflessioni di papa Francesco (nei paragrafi 112-113 della Amoris Laetitia) sulla frase “la carità tutto scusa” mi hanno conquistato.

In primo luogo si afferma che “tutto scusa” (panta stegei). Si differenzia da “non tiene conto del male”, perché questo termine ha a che vedere con l’uso della lingua; può significare “mantenere il silenzio” circa il negativo che può esserci nell’altra persona. (…) Nel difendere la legge divina non bisogna mai dimenticare questa esigenza dell’amore (112).

Non si tratta, allora, di una bella cosa opzionale da mettere in pratica, ma di un’esigenza specifica dell’amore: “Tieni a freno la lingua”. Ben più spesso di quanto mi piaccia ammettere, il gesto misericordioso, il gesto amorevole da compiere è rimanere in silenzio.

Non è una nozione nuova. La Lettera di Giacomo non risparmia colpi sul potere distruttivo del discorso non misericordioso tra i primi cristiani.

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