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La Amoris Laetitia sdogana veramente la contraccezione?

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Il documento papale cita la Humanae Vitae, ma mi chiedo se formuli la questione del controllo delle nascite in termini di “permesso” e “proibito”

Un promemoria fedele ma “creativo” dell’insegnamento tradizionale

Fin dall’inizio, Francesco pone il suo insegnamento come parte di un’“ermeneutica della continuità”:

Per evitare qualsiasi interpretazione deviata, ricordo che in nessun modo la Chiesa deve rinunciare a proporre l’ideale pieno del matrimonio, il progetto di Dio in tutta la sua grandezza (307).

Cominciando dal documento finale del Sinodo, che si riferisce ai testi principali del Magistero, il papa dedica il terzo capitolo della sua esortazione a ricordare l’insegnamento tradizionale della Chiesa su matrimonio e famiglia, e lo fa con creatività, senza esitazioni, innanzitutto con la scelta dei testi citati e poi aggiungendo piccoli ma significativi tocchi personali, per aprire questo insegnamento verso nuove direzioni.

Per inserire questi testi nel contesto appropriato, dobbiamo dire prima qualcosa sulla dottrina della Chiesa circa gli “obiettivi” del matrimonio. Fondamentalmente, dobbiamo ricordare che parlando a livello tradizionale l’obiettivo primario del matrimonio è quello di generare e allevare i figli, il secondo è l’aiuto reciproco degli sposi e il terzo è il rimedio alla concupiscenza.

Nella cornice ristretta di questa dottrina, possiamo capire perché qualsiasi dissociazione tra l’atto coniugale e la procreazione sia a malapena concepibile. Il Concilio Vaticano II e il Catechismo della Chiesa Cattolica sulla sua scia hanno poi arricchito questa dottrina, soprattutto dando un ruolo di spicco a un nuovo concetto (nuovo per la dottrina, non per le coppie sposate!), quello di “amore coniugale”, senza renderlo tuttavia un “obiettivo” del matrimonio. Offerto questo breve promemoria, ecco allora le considerazioni principali del papa sulla fertilità e sulla pianificazione familiare:

Il matrimonio è in primo luogo una “intima comunità di vita e di amore coniugale” che costituisce un bene per gli stessi sposi, e la sessualità “è ordinata all’amore coniugale dell’uomo e della donna”. Perciò anche “i coniugi ai quali Dio non ha concesso di avere figli, possono nondimeno avere una vita coniugale piena di senso, umanamente e cristianamente”. Ciò nonostante, questa unione è ordinata alla generazione “per la sua stessa natura” (80).

Si noti l’espressione “in primo luogo”, che il papa ha aggiunto alla citazione del Concilio. La sessualità è ordinata in primo luogo all’amore coniugale, che è quindi posto al di sopra, o oltre, gli “obiettivi” del matrimonio. La procreazione, l’obiettivo primario del matrimonio, è relativa all’amore coniugale, come espresso dal fatto che viene al secondo posto e per via dell’avverbio “nonostante”. Citando poi la Humanae Vitae, papa Francesco sottolinea che l’atto sessuale è ordinato alla procreazione:

Nessun atto genitale degli sposi può negare questo significato, benché per diverse ragioni non sempre possa di fatto generare una nuova vita (80).

L’ultima parte della frase è scritta dallo stesso Francesco, che aggiunge:

I Padri sinodali hanno af ermato che “non è difficile constatare il diffondersi di una mentalità che riduce la generazione della vita a una variabile della progettazione individuale o di coppia” (82).

In precedenza era stata menzionata l’importanza della Humanae Vitae, sempre in riferimento all’amore coniugale:

Il beato Paolo VI, sulla scia del Concilio Vaticano II, ha approfondito la dottrina sul matrimonio e sulla famiglia. In particolare, con l’Enciclica Humanae Vitae, ha messo in luce il legame intrinseco tra amore coniugale e generazione della vita (68).

Il dovere degli sposi di valutare la moralità di diversi metodi di controllo delle nascite è confermato, ma l’unico criterio menzionato è il rispetto per la dignità della persona:

L’insegnamento della Chiesa aiuta a vivere in maniera armoniosa e consapevole la comunione tra i coniugi, in tutte le sue dimensioni, insieme alla responsabilità generativa. Va riscoperto il messaggio dell’Enciclica Humanae Vitae di Paolo VI, che sottolinea il bisogno di rispettare la dignità della persona nella valutazione morale dei metodi di regolazione della natalità (82).

Citando poi San Giovanni Paolo II, Francesco sottolinea la responsabilità primaria degli sposi nel gestire la propria fertilità:

La paternità responsabile non è “procreazione illimitata o mancanza di consapevolezza circa il significato di allevare figli, ma piuttosto la possibilità data alle coppie di utilizzare la loro inviolabile libertà saggiamente e responsabilmente, tenendo presente le realtà sociali e demografiche così come la propria situazione e i legittimi desideri” (167).

Ricordando così l’insegnamento della Chiesa sul controllo delle nascite, il Santo Padre compie una sintesi che è sia cattolica che totalmente aperta a nuovi sviluppi. Questa sintesi induce infatti una prospettiva unica sul giudizio morale su tutti i metodi di controllo delle nascite. Almeno a livello pastorale, questo porterà a un cambiamento di prospettiva. Ciò è reso ancor più chiaro dal fatto che una serie di affermazioni seguono lo stesso trend, ad esempio:

In effetti, la grazia del sacramento del matrimonio è destinata prima di tutto “a perfezionare l’amore dei coniugi” (89).

Al punto che l’elemento amoroso e perfino erotico dei rapporti sessuali viene sottolineato varie volte:

San Giovanni Paolo II ha respinto l’idea che l’insegnamento della Chiesa porti a “una negazione del valore del sesso umano” o che semplicemente lo tolleri “per la necessità stessa della procreazione” (150).

Pertanto, in nessun modo possiamo intendere la dimensione erotica dell’amore come un male permesso o come un peso da sopportare per il bene della famiglia, bensì come dono di Dio che abbellisce l’incontro tra gli sposi. Trattandosi di una passione sublimata dall’amore che ammira la dignità dell’altro, diventa una “piena e limpidissima af ermazione d’amore” che ci mostra di quali meraviglie è capace il cuore umano, e così per un momento “si percepisce che l’esistenza umana è stata un successo” (152).

Nel quinto capitolo, sull’amore fecondo, come abbiamo detto, il Santo Padre non affronta direttamente la questione del controllo delle nascite, ma in modo più personale offre una splendida meditazione sull’accettazione della vita, con un avvertimento speciale nei confronti del concetto di “figlio desiderato”, che quando reso un assoluto può portare a considerare un figlio non come un dono di Dio che è sempre benvenuto ma come un oggetto indesiderato.

La scelta di diventare genitori presuppone la formazione della coscienza

Dopo queste citazioni del Magistero, papa Francesco risponde all’invito del Sinodo a cercare nuovi metodi pastorali (199), dedicando poi una pagina (sulle 260 del testo) alla questione del controllo delle nascite. In questa pagina (che citiamo quasi completamente), prende innanzitutto la via tradizionale per aprire meglio a una nuova prospettiva pastorale. Inizia con il documento finale del Sinodo:

L’accompagnamento deve incoraggiare gli sposi ad essere generosi nella comunicazione della vita. “Conformemente al carattere personale e umanamente completo dell’amore coniugale, la giusta strada per la pianificazione familiare è quella di un dialogo consensuale tra gli sposi, del rispetto dei tempi e della considerazione della dignità del partner. In questo senso l’Enciclica Humanae Vitae (cfr 10­14) e l’Esortazione apostolica Familiaris Consortio (cfr 14; 28­35) devono essere riscoperte al fine di ridestare la disponibilità a procreare in contrasto con una mentalità spesso ostile alla vita […]. La scelta responsabile della genitorialità presuppone la formazione della coscienza, che è “il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità” (Gaudium et Spes, 16). Quanto più gli sposi cercano di ascoltare nella loro coscienza Dio e i suoi comandamenti (cfr Rm 2,15), e si fanno accompagnare spiritualmente, tanto più la loro decisione sarà intimamente libera da un arbitrio soggettivo e dall’adeguamento ai modi di comportarsi del loro ambiente” (222).

Poi il pontefice cerca di dare piena forza all’insegnamento del Concilio Vaticano II:

Rimane valido quanto af ermato con chiarezza nel Concilio Vaticano II: “I coniugi […], di comune accordo e con sforzo comune, si formeranno un retto giudizio: tenendo conto sia del proprio bene personale che di quello dei figli, tanto di quelli nati che di quelli che si prevede nasceranno; valutando le condizioni sia materiali che spirituali della loro epoca e del loro stato di vita; e, infine, tenendo conto del bene della comunità familiare, della società temporale e della Chiesa stessa. Questo giudizio in ultima analisi lo devono formulare, davanti a Dio, gli sposi stessi” (222).

Viene quindi ribadito che, in conformità al progetto del Creatore, l’insegnamento sul dominio della fertilità (cfr. Gn 1, 28) appartiene agli sposi come coppia e, nel Nuovo Patto, come ministri del sacramento del matrimonio. Ciò implica che i pastori devono sicuramente informare il giudizio degli sposi, ma che non dovrebbero in alcun modo cercare di sostituirlo con le loro direttive.

La scelta dei metodi da usare

Introducendo la questione della scelta dei metodi con l’espressione “d’altra parte” e affrontandola in un totale di appena sei righe, il Santo Padre la rende un argomento secondario. La risposta alla domanda che acceso tanti dibattiti è semplice: la decisione della coppia dev’essere illuminata dall’“incoraggiamento” pastorale a usare metodi “naturali”:

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