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I due requisiti perché un matrimonio diventi sacramento

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Ecco perché anche un non credente può sposarsi in Chiesa

Un matrimonio naturale, ovvero un’unione tra un uomo e una donna, che sia unica, indissolubile, aperta alla vita in che modo diventa sacramento?

Verrebbe da rispondere molto banalmente: basta sposarsi in Chiesa e il gioco è fatto. Ma per arrivare a questo passo, e quindi per trasformare l’unione in sacramento, ci devono essere dei “requisiti” ben precisi.

Li spiega il teologo don Nicola Reali in “Quale fede per sposarsi in chiesa?” (edizioni Dehoniane Bologna).

IL PRIMO REQUISITO

Sono due, in particolare gli elementi che rendono un matrimonio sacramentale valido e differente da uno “semplicemente” naturale. Il primo, afferma Reali, è sicuramente il Battesimo. Affinché il proprio matrimonio sia sacramento, bisogna essere battezzati. Con la significativa avvertenza che occorre essere battezzati in una Chiesa cristiana, non necessariamente in quella cattolica. La Chiesa cattolica riconosce la sacramentalità anche dei matrimoni protestanti, ortodossi e anglicani.

IL PATTO TRA UOMO E DONNA

Il diritto canonico recepisce perfettamente questa istanza nell’attuale Codice, quando afferma: «Il patto matrimoniale con cui l’uomo e la donna stabiliscono tra loro la comunità di tutta la vita, per sua natura ordinata al bene dei coniugi e alla procreazione e educazione della prole, tra i battezzati è stato elevato alla dignità di sacramento» (can. 1055 § 1).

IL PESO DELLA FEDE

Occorre far notare, evidenzia l’autore, che a questa indiscutibile esigenza non si associa l’altrettanto indispensabile richiesta di far emergere il peso della fede personale di chi si sposa.  Si potrebbe riassumere il tutto, spiega Reali, dicendo che, quando si è in presenza di un “contratto” (che brutto termine!) matrimoniale tra due battezzati naturalmente valido, automaticamente si verifica un sacramento. Se poi ci si crede oppure no, questo non conta.

NESSUN AUTOMATISMO

“Che esagerato! – sicuramente dirà qualcuno – È un’esposizione caricaturale di questo principio!”, evidenzia il teologo. L’obiezione è vera. Non si può descrivere l’identità tra contratto valido e sacramento come una sorta di automatismo del tutto sganciato dalla volontà delle parti. Non è vero che è così consequenziale, perché ciò che «genera» il matrimonio è il consenso degli sposi: l’intenzione di colui che si sposa determina il tipo di matrimonio che ne deriva, per cui ci può essere anche il caso di un consenso viziato da una volontà contraria alla dignità sacramentale del matrimonio.

L’IMPORTANZA DELLE PROPRIETA’ NATURALI

Dunque il consenso non è mai viziato dall’assenza totale di fede cristiana. Quest’ultima può compromettere la validità di un matrimonio solo se determina il rifiuto di una sua proprietà naturale. Facciamo degli esempi-limite, forzati, che faranno sicuramente strabuzzare gli occhi alla maggioranza dei lettori, ma che rispettano quella che è, attualmente, la normativa ecclesiale.

L’ESEMPIO DEL NON CREDENTE

Se un battezzato non-credente e non-praticante si accosta alle nozze senza credere che il matrimonio sia indissolubile, il suo matrimonio non è valido perché la sua mancanza di fede incide nel determinare una volontà contraria all’indissolubilità.

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