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Perché Gesù ha chiesto tre volte a Pietro se lo amava?

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Ecco la lezione che possiamo trarre da questo passo evangelico

Dopo la Resurrezione, Gesù ha confermato Pietro come pastore universale di tutto il suo gregge. L’evangelista San Giovanni riferisce: “Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: ‘Simone di Giovanni, mi vuoi bene tu più di costoro?’. Gli rispose: ‘Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene’. Gli disse: ‘Pasci i miei agnelli’” (Gv 21, 15 ss.).

Per tre volte il Signore ripete questa domanda a Pietro, e per tre volte gli dice di pascere le sue pecore. Non è stato detto a nessun altro apostolo.

Alcuni Padri della Chiesa hanno visto in questa triplice conferma di Pietro come “pastore del gregge” un modo per “spegnere” quelle tre volte in cui Pietro aveva tristemente rinnegato il Signore dicendo di non conoscerlo (Gv 18,17.25-27, Mt 26,70-75). Dall’altro lato, questa triplice ripetizione era anche la forma solenne che l’ebreo usava per confermare una missione. In quel caso, Cristo dava a Pietro una missione speciale, guidare sulla Terra il gregge “che si è acquistato con il suo sangue” (At 20, 28). Lì Gesù istituiva il primato di Pietro, il “munus petrino”, la missione del papa di confermare la fede dei cristiani.

È importante notare che anche dopo che Pietro ha rinnegato Gesù per tre volte il Signore non lo priva della guida del suo gregge, perché lo aveva già scelto a questo scopo da quando suo fratello Andrea glielo aveva presentato per la prima volta: “Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; ti chiamerai Cefa (che vuol dire Pietro)” (Gv 1, 42). Nella Bibbia, quando Dio cambia il nome di qualcuno è per affidargli una missione sacra.

Mi ha sempre colpito molto il fatto che Gesù abbia mantenuto Pietro alla guida della Chiesa anche dopo che lo aveva tradito tre volte nel momento in cui Gesù aveva più bisogno di lui. Perché non ha messo Giovanni a capo della Chiesa, se è stato l’unico a rimanere ai piedi della croce insieme alle donne? Forse Giovanni non era il leader che serviva.

Questo mostra come sia buono il cuore di Gesù, come sia diverso dal nostro. Chiunque di noi direbbe certamente a Pietro: “Non ti voglio più bene, mi hai tradito”. Ma Gesù è diverso. Conosce ogni animo umano e sa che la carne è debole. Anche davanti al nostro peccato non ci abbandona, non ci respinge. Il suo amore per noi è irrevocabile. Comprende la nostra miseria. San Giovanni Paolo II ha detto che saremo giudicati da un Dio che ha un cuore umano. Dio confida in noi senza soffermarsi su ciò che è accaduto. Sa che non siamo superuomini, che lottiamo per superare le nostre mancanze con la sua grazia indispensabile. Penso che di fronte a tutto questo dobbiamo assumere un atteggiamento di fede: non possiamo limitarci a guardare la nostra miseria, dobbiamo offrirla a Gesù.

Gesù ha permesso che Pietro cadesse vegognosamente perché doveva tirar fuori l’orgoglio e l’arroganza dal cuore del suo apostolo, e questo è stato il mezzo per farlo. Come lo sappiamo? San Luca dice che nella notte del Giovedì Santo, la notte del tradimento, Gesù ha pregato per Pietro. “Simone, Simone, ecco satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli” (Lc 22, 31-32). Gesù sapeva che Pietro sarebbe stato fortemente tentato e sarebbe caduto, ma ha pregato per lui, perché non disperasse come Giuda. Per questo Pietro ha ricevuto la grazia di piangere abbondantemente sul suo peccato e di essere perdonato dal Maestro.

Quando Gesù ha iniziato a dire che quella notte sarebbe stato tradito, Pietro ha replicato con orgoglio: “Signore, con te sono pronto ad andare in prigione e alla morte” (Lc 22, 33), al che Gesù gli ha risposto: “Pietro, io ti dico: non canterà oggi il gallo prima che tu per tre volte avrai negato di conoscermi” (v. 34). E il triplice rinnegamento di Pietro ha avuto luogo. San Luca dice che nella casa di Caifa “il Signore, voltatosi, guardò Pietro, e Pietro si ricordò delle parole che il Signore gli aveva detto: ‘Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte’. E, uscito, pianse amaramente” (Lc 22, 61-62). A Pietro è bastato lo sguardo di Gesù!

Questa umiliazione di Pietro davanti al suo peccato ha sicuramente guarito il suo orgoglio e lo ha preparato ad essere un “umile lavoratore nella vigna del Signore”, come ha detto Benedetto XVI quando è stato eletto papa. Senza umiltà non possiamo servire Dio come Egli desidera, perché Gesù ha detto “Senza di me non potete far nulla” (Gv 15, 5), e l’orgoglio ci impedisce di fare tutto con Gesù, ci fa dimenticare di Lui e passiamo ad agire solo per conto nostro.

Gesù ha così spezzato la prepotenza di Pietro e lo ha preparato alla grande missione. Egli sa fare delle nostre debolezze e cadute un mezzo per operare in noi le correzioni necessarie. L’ho verificato spesso nella mia vita, e lo verifico ancora, grazie a Dio. La Lettera agli Ebrei dice che “il Signore corregge colui che egli ama e sferza chiunque riconosce come figlio. È per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli… allo scopo di renderci partecipi della sua santità” (Eb 12, 6-10).

I nostri peccati sono come un concime che Dio sa usare per far crescere in noi le virtù, in particolare l’umiltà. Tutti quelli che esercitano una leadership nella Chiesa – vescovi, sacerdoti, diaconi, laici o religiosi – devono riflettere molto al riguardo. A volte siamo autosufficienti e massacriamo gli altri senza capire, come se non fossimo mai caduti. Tutti i santi hanno imparato l’umiltà, e anche noi impareremo come hanno imparato gli apostoli. Loro hanno vinto, e possiamo farlo anche noi. Tutti noi abbiamo un po’ degli apostoli in noi. Lasciamo che il Signore ci corregga; non ci scoraggiamo.

[Traduzione dal portoghese a cura di Roberta Sciamplicotti]

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