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Medico abortista viene visitato da un santo cattolico, e poi accade l’incredibile

estatua aborto – it

© Quinn Dombrowski

Équipe Christo Nihil Praeponere - pubblicato il 18/04/16

La storia di Stojan Adasevic, il medico dell'ex Yugoslavia che dopo aver realizzato oltre 50.000 aborti ha scoperto la verità su ciò che faceva

Il serbo Stojan Adasevic non dimenticherà mai il giorno in cui, quando era ancora un giovane studente di Medicina, stava organizzando alcuni archivi nella sala dei medici e alcuni ginecologi entrarono. Senza far attenzione allo studente nascosto dietro una pila di fogli al lato della scrivania, iniziarono a raccontare storie della loro pratica medica.

Il dottor Rado Ignatovic si ricordò di una paziente che lo aveva cercato per un aborto e la procedura era fallita perché il medico non era riuscito ad allineare il collo dell’utero. Mentre i medici continuavano a discutere sulla storia della donna, Stojan, che stava ascoltando, si irrigidì. Capì che la donna della quale parlavano, una ex dentista che lavorava in una clinica vicina, era nientemeno che sua madre.

“È morta – disse uno dei medici –, ma mi chiedo cosa sia accaduto a quel figlio indesiderato”.

Stojan non riuscì a resistere. “Quel bambino sono io!”, disse alzandosi. Sulla sala scese il silenzio. Qualche secondo dopo, i medici iniziarono a uscire.

Per molti anni, il dottor Adasevic si è ricordato varie volte di quell’episodio. Gli era perfettamente chiaro che doveva la sua vita a un aborto malriuscito. Lui non avrebbe mai commesso lo stesso errore. Molte donne si rivolgevano a lui per difficoltà ad allineare il collo dell’utero. Per Stojan non era mai stato un problema. Divenne il principale abortista di Belgrado, e in poco tempo superò il suo maestro in quella professione, il dottor Ignatovic, alla cui incompetenza doveva la sua vita.

“Il segreto sta nell’abituare la mano attraverso procedure frequenti”, diceva citando il proverbio tedesco Übung macht Meister, cioè “La pratica crea il maestro”. Fedele a questa massima, realizzava dai 20 ai 30 aborti al giorno. Il suo record è stato di 35 aborti in un giorno solo. Oggi ha perso il conto degli aborti che ha realizzato nei suoi 26 anni di pratica. A suo avviso sono stati tra i 48.000 e i 62.000.

Per anni è rimasto convinto del fatto che l’aborto, come si insegnava nelle facoltà e sui libri di Medicina, era una procedura chirurgica non molto diversa dal togliere un’appendice. L’unica differenza era l’organo da rimuovere: in un caso un pezzo di intestino, nell’altro un tessuto embrionale.

I dubbi hanno iniziato a sorgere solo negli anni Ottanta, quando la tecnologia ad ultrasuoni è arrivata negli ospedali dell’ex Yugoslavia. È stato allora che Adasevic ha visto per la prima volta nel monitor degli ultrasuoni quello che fino a quel momento era per lui invisbile – l’interno del ventre di una donna, un bambino vivo, che si succhiava il dito, che muoveva le braccine e le gambine. Con relativa frequenza, frammenti di quei bambini sarebbero stati poi gettati sul tavolo che stava al suo lato.

“Vedevo senza vedere”, ricorda oggi, “ma tutto è cambiato quando sono iniziati i sogni”.

I sogni di Adasevic

I sogni, in realtà, erano versioni diverse di un’unica scena, che lo attanagliava ogni notte, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese. Sognava di passeggiare in un campo assolato, con bei fiori che crescevano tutt’intorno e con l’aria piena di farfalle colorate. Anche se era tutto gradevole, lo opprimeva un senso di ansia. All’improvviso il campo si riempiva di bambini che ridevano, correvano e giocavano a palla. La loro età variava dai tre o quattro anni fino ai venti. Tutti erano incredibilmente belli. Un bambino in particolare, e due bambine, gli sembravano stranamente familiari, ma non riusciva a ricordare dove li avesse visti. Quando provava a parlare con loro, correvano via gridando terrorizzati. Tutta la scena era presieduta da un uomo vestito di nero che assisteva attento a tutto, in silenzio.

Ogni notte Adasevic si svegliava terrorizzato e rimaneva sveglio fino alla mattina. Pillole e farmaci a base di erbe erano inutili. Una notte rimase turbato durante il sogno e iniziò a rincorrere i bambini che stavano fuggendo. Ne prese uno, ma piangeva spaventato: “Aiuto! Assassino! Salvatemi dall’assassino!” In quel momento, l’uomo vestito di nero si trasformò in un’aquila, si avvicinò e gli tolse il bambino dalle mani. Il medico si svegliò con il cuore che gli martellava in petto. La stanza era fredda, ma lui era bollente e madido di sudore. Il mattino dopo decise di cercare uno psichiatra.

Quella notta, però, decise che avrebbe chiesto all’uomo che appariva nei suoi sogni di identificarsi. L’estraneo gli disse: “Anche se te lo dicessi, il mio nome non significherebbe niente per te”. Visto che il medico insisteva, l’uomo alla fine risposte: “Mi chiamo Tommaso d’Aquino”.

Il nome, in effetti, non significava nulla per Adasevic. Era la prima volta che lo sentiva. L’uomo vestito di nero continuò: “Perché non mi chiedi chi sono i bambini? Non li riconosci?” Quando il medico disse di no rispose: “Menti. Li conosci molto bene. Sono i bambini che hai ucciso mentre effettuavi gli aborti”. “Com’è possibile?”, disse il medico. “Sono bambini grandi. Io non ho mai ucciso bambini già nati. Non ho mai ucciso un uomo di vent’anni”. Tommaso replicò: “L’hai ucciso vent’anni fa, quando aveva tre mesi di vita”.

È stato allora che Adasevic ha riconosciuto i tratti del ragazzo di vent’anni e delle due bambine. Gli ricordavano persone che conosceva bene, a cui aveva effettuato degli aborti negli anni precedenti. Il ragazzo assomigliava a un suo caro amico. Stojan aveva fatto abortire la moglie vent’anni prima. Nelle due ragazzine il medico riconobbe le loro madri, una delle quali era sua nipote. Dopo essersi svegliato, decise di non realizzare più aborti nella sua vita.

“Ho tenuto in mano un cuore che batteva”

Ad aspettare il suo arrivo in ospedale quella mattina c’era un suo nipote, accompagnato dalla fidanzata. Avevano fissato un aborto con lui. Incinta di quattro mesi, la ragazza stava per disfarsi del suo nono figlio consecutivo. Adasevic rifiutò, ma il nipote lo importunò tanto da farlo cedere – ma quella fu davvero l’ultima volta.

Nel monitor a ultrasuoni vide chiaramente il bambino che si succhiava il dito. Aprendo l’utero, inserì il forcipe, afferrò qualcosa e tirò. Nello strumento c’era un piccolo braccio. Lo mise sul tavolo, ma una delle terminazioni nervose dell’arto toccò una goccia di iodio che era stata versata lì. All’improvviso il braccio iniziò a contrarsi. L’infermiera in piedi accanto a lui si lasciò quasi sfuggire un grido.

Adasevic rabbrividì, ma andò avanti. Inserì di nuovo il forcipe, afferrò e tirò. Quella volta era una gamba. Pensò: “Meglio non metterla vicino a quella goccia di alcool”, ma un’infermiera dietro di lui fece cadere un vassoio di strumenti chirurgici. Spaventato dal rumore, il medico lasciò il forcipe e il piede cadde accanto al braccio, iniziando a muoversi anch’esso.

L’équipe non aveva mai visto una cosa del genere: membra umane che si contorcevano sul tavolo. Adasevic decise di “macinare” tutto ciò che c’era ancora nell’utero in una massa informe. Cominciò a triturare, e dopo aver ritirato il forcipe, certo che ormai era tutto ridotto a una massa, tirò fuori un cuore umano! L’organo ancora batteva – sempre più debole, fino a fermarsi del tutto. Fu allora che capì che aveva ucciso un essere umano.

Tutto divenne scuro intorno a lui. Non riesce a ricordare quanto durò quella sensazione. All’improvviso sentì un colpo sul braccio. La voce spaventata di un’infermiera gridava: “Dr. Adasevic! Dr. Adasevic!” La paziente sanguinava. Per la prima volta in molti anni, il medico iniziò a pregare davvero: “Signore! Salva non me, ma questa donna”.

In genere al medico servivano più di dieci minuti per ripulire tutti i resti dell’embrione che restavano all’interno dell’utero. Stavolta, due inserimenti dello strumento nella vagina furono sufficienti a terminare il servizio. Quando
Adasevic si tolse i guanti sapeva che era stato l’ultimo aborto della sua vita.

Un secchio, strumento di aborto

Quando Stojan fece sapere al responsabile dell’ospedale la sua decisione ci fu una notevole agitazione. Mai prima di allora in un ospedale di Belgrado un ginecologo si era rifiutato di effettuare aborti. Iniziò allora la pressione. Il suo stipendio venne dimezzato, la figlia fu licenziata, il figlio bocciato. Adasevic venne attaccato da stampa e televisione. Lo Stato socialista, dicevano, lo aveva educato perché effettuasse aborti e ora lui stava sabotando lo Stato.

Due anni di persecuzione lo portarono sull’orlo di un crollo nervoso. Stava quasi chiedendo all’amministratore dell’ospedale di dargli di nuovo l’incarico di effettuare aborti quando Tommaso d’Aquinogli riapparve in sogno, battendogli sulla spalla e dicendogli: “Sei un mio buon amico. Continua a lottare”.

Adasevic iniziò allora a partecipare al movimento pro-vita, viaggiando per tutta la Yugoslavia per conferenze sull’aborto. Riuscì a trasmettere due volte sull’emittente statale del Paese il video “Il grido silenzioso” del dottor Bernard Nathanson.

All’inizio degli anni Novanta, in gran parte grazie all’attivismo di Adasevic, il Parlamento yugoslavo approvò un decreto che proteggeva i diritti del nascituro. Il decreto venne trasmesso all’allora Presidente Slobodan Milosevic, che si rifiutò di firmarlo. Con i conflitti nella regione balcanica, il decreto cadde nell’oblio. Quando alla guerra, Adasevic era convinto che il genocidio avvenuto nella regione non fosse dovuto ad altro se non all’alienazione di Dio e alla mancanza di rispetto per la vita umana.

Per provare il suo punto di vista, Adasevic descrive una pratica comune nella Yugoslavia socialista. Visto che le sue leggi proteggevano la vita del bambino solo dal momento del suo primo respiro, ovvero quando piangeva per la prima volta, gli aborti erano legali al settimo, all’ottavo e perfino al nono mese di gestazione. Accanto alla sedia per il parto c’era sempre un secchio d’acqua. Prima che il bambino avesse la possibilità di piangere, il medico gli tappava la bocca e lo immergeva nel secchio. A questo punto, Adasevic ama citare Madre Teresa di Calcutta: “Se una madre può uccidere il proprio figlio, cosa diremo alle persone che si uccidono a vicenda?

Oggi la maggior parte degli aborti viene effettuata in cliniche private, che non divulgano statistiche di procedura. Anche così, Adasevic stima che nella regione venga effettuato un alto numero di aborti:

“Ciò che complica un’analisi statistica in questa zona è l’uso di abortivi come il dispositivo intrauterino e la pillola RU-486, classificati ufficialmente come contraccettivi. Gli anziani monaci del Monte Athos con cui ho parlato dividono i contraccettivi tra peccaminosi e satanici. I primi sono quelli che evitano l’unione dello spermatozoo e dell’ovulo, i secondi quelli che uccidono il bambino già concepito – proprio quello che fanno farmaci come la pillola del giorno dopo e il dispositivo intrauterino, che agisce come una spada, che separa il piccolo essere umano dalla sua fonte di alimentazione nell’utero. È una morte terribile. Un essere umano muore di fame in un luogo pieno di nutrienti”.

Ora che grazie all’intervento di San Tommaso d’Aquino, Adasevic è capace di capire l’umanità del nascituro, è convinto che si stia verificando una “guerra reale” “messa in atto da coloro che sono già nati contro quelli che non sono ancora nati”.

“In questa guerra, ho già passato il fronte varie volte: prima come nascituro condannato a morte, poi quando sono diventato io stesso abortista, e ora come apostolo pro-vita”.

[Traduzione dal portoghese a cura di Roberta Sciamplicotti]

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