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Referendum sulle trivellazioni: le ragioni del sì e del no e i dubbi della Chiesa

Boscorelli/Shutterstock

Gelsomino Del Guercio - Aleteia - pubblicato il 11/04/16

Nessuna posizione ufficiale della Chiesa italiana ma i pronunciamenti ufficiali dei pontefici orienterebbero verso il "Si"

Domenica 17 aprile si vota per il referendum popolare sulle trivellazioni in mare. Si tratta di decidere se le piattaforme in mare, entro le 12 miglia dalle nostre coste (più o meno a 20 chilometri da terra) possono continuare a tempo indeterminato a estrarre idrocarburi (gas e petrolio), fino all’esaurimento dei giacimenti, oppure se alla scadenza delle concessioni in possesso delle società petrolifere, queste ultime devono chiudere i battenti.

COSA SUCCEDE SE VINCE IL “SÌ”?

Le società petrolifere dovranno mettere fine alle loro attività di ricerca ed estrazione smantellando le piattaforme secondo la scadenza fissata dalle loro concessioni. La prima chiusura di una trivella entro le 12 miglia avverrebbe tra due anni, per l’ultima bisognerebbe aspettare fino al 2034, data di scadenza della concessione rilasciata a Eni ed Edison per trivellare davanti a Gela, in Sicilia.

COSA SUCCEDE SE VINCE IL “NO” O IL REFERENDUM FALLISCE?

Le concessioni attualmente in essere avevano una durata di trent’anni con la possibilità di due successive proroghe, di dieci e di cinque anni che, in caso di vittoria del no, potrebbero essere concesse, prolungando così il periodo di attività delle trivellazioni.

LE RAGIONI PER VOTARE “SI”

Il principale argomento di coloro che hanno proposto o sostengono il referendum riguarda la pericolosità delle piattaforme e delle estrazioni in mare per la salute umana e per la fauna ittica.

Fauna e flora marina a rischio

Si cita a tal proposito un documento di Greenpeace, basato su dati raccolti fra il 2012 e il 2014 dall’Ispra, su commissione dell’Eni, relativi a 34 piattaforme a gas gestite dalla compagnia nell’Adriatico. Nei sedimenti marini e nelle cozze che vivono vicino alle piattaforme sarebbero state rinvenute, in alcuni casi, sostanze chimiche in quantità superiori ai limiti di legge (Quotidiano.net, 4 aprile).

Mano tesa ai petrolieri

Per estrarre petrolio le compagnie devono versare dei “diritti”, le cosiddette royalties. Ma per trivellare nei mari italiani si pagano le royalties più basse al mondo: il 7% del valore di quanto si estrae. E i petrolieri ringraziano. Attualmente nel nostro mare ci sono 92 piattaforme entro le 12 miglia. 15 appartengono a Edison, e quindi allo Stato francese, tutte le altre a ENI. 31 tra quelle di ENI sono inattive, 6 fra quelle di Edison: il 40% del totale ingombrano perciò inutilmente.

Dipendenza energetica irrisolta

Le risorse potenziali totali di idrocarburi in tutti i giacimenti italiani (in terra, acque litoranee e mare aperto) ammontano a 700 Mtep (milioni di tonnellate equivalenti di petrolio), delle quali solo 126 Mtep sono riserve «certe», mentre i restanti sono «probabili e possibili». Poiché l’attuale quota di produzione annua è pari a 12 Mtep (tra gas e petrolio), ciò equivale a un periodo di copertura certa di poco più di 10 anni. Considerando che questa previsione si riferisce a tutti i giacimenti nazionali, ma che solo 21 sono quelli oggetto del referendum, le cui concessioni potranno essere rinnovate per 5 o 10 anni, siamo dinnanzi a un’incidenza molto ristretta dell’esito referendario (Aggiornamenti sociali, aprile 2016).

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LE RAGIONI PER VOTARE “NO”

Sui rischi di inquinamento e sulle accuse di Greenpeace, la coalizione di “Ottimisti e Razionali”, comitato per il “no” e il “non voto” al referendum, replica che, ad esempio, le cozze delle aree interessate, come tutte, sono sottoposte ai controlli delle Asl prima di essere messe in commercio. Per l’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) non ci sarebbero comunque criticità per l’ecosistema marino legate alle piattaforme (valigiablu.it, 4 aprile).

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ambienteecologiaecologia umanaenciclica laudato sipetrolio
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