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Essere una “brava persona” non è sufficiente

Photographee.eu/Shutterstock

Meg Hunter-Kilmer - pubblicato il 11/04/16

Rispondere alla chiamata alla santità significa essere brutalmente onesti con se stessi e con gli altri

Chi ama la disciplina ama la scienza, chi odia la correzione è stolto. [Proverbi 12:1] Tu dici: «Sono ricco, mi sono arricchito; non ho bisogno di nulla», ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo. Ti consiglio di comperare da me oro purificato dal fuoco per diventare ricco, vesti bianche per coprirti e nascondere la vergognosa tua nudità e collirio per ungerti gli occhi e ricuperare la vista. [Apocalisse 3:17-18]

San Francesco, conosciuto come l’uomo più simile a Cristo dai tempi di Cristo stesso, è stato trovato una volta che piangeva per i propri peccati. Ha dichiarato di essere il più grande peccatore al mondo. Sconvolti, i suoi compagni hanno iniziato ad elencare i più atroci peccati commessi da tante altre persone. “Ma se loro avessero ricevuto la grazia che io ho ricevuto”, ha risposto Francesco, “sono certo che amerebbero Dio più di quanto non lo faccia io. So ciò che mi è stato dato. Non so ciò che è stato dato a loro”.

L’umiltà potrebbe essere la caratteristica più sconvolgente dei santi, un’umiltà così profonda è quasi ridicola. Più una persona ama Dio, meno pensa di se stessa. Più ci si avvicina alla Luce, più emergono i propri difetti, proiettando ombre più lunghe rispetto a chi è lontano dal Signore. E quindi più santi si è, più si diventa umili.

Il problema è che molti di noi si fermano alla santità. Ci adoperiamo per diventare “brave persone”, persone che non rubano, né sono promiscue né evadono le tasse, e ci fermiamo lì. Abbiamo una buona considerazione di noi, soprattutto se paragonati al resto del mondo. “Ti ringrazio oh Dio”, preghiamo, “perché non sono come il resto dell’umanità: avido, disonesto e adultero…” (Luca 18:11), ma in realtà non ringraziamo Dio bensì ci congratuliamo con noi stessi. E poi torniamo alle nostre meschine gelosie, ai nostri egoismi e alle nostre ire, compiaciuti del fatto di non essere malvagi quanto il resto del mondo. “Mi sono arricchito, non ho bisogno di nulla”.

Ma la chiamata a seguire Cristo non è la chiamata a essere brave persone. È la chiamata a essere perfetti come lo è il Padre celeste (Matteo 5:48). Ovviamente non è qualcosa che possiamo fare senza la grazia, ogni cosa buona viene da Dio. Ma per la maggior parte di noi (per chiunque non sia chiamato a essere eremita, immagino)  è anche qualcosa che non è possibile ottenere senza una comunità. Per comunità non intendo soltanto persone che sono felici di vederti durante una grigliata di pesce, mi riferisco invece a persone che ti amano abbastanza e hanno abbastanza coraggio da dirti quando non stai vivendo come dovresti. Senza quella correzione fraterna diventiamo stagnanti, convinti che essere migliori degli altri è sufficiente. E mentre questo nostro Dio misericordioso è facile da compiacere, è difficile da soddisfare. Vuole qualcosa di più di alcune brave persone, Lui vuole dei santi.

Questo significa che dobbiamo essere onesti con noi stessi – e con gli altri – sul fatto che ci sono parti della nostra vita dove siamo miserabili, pietosi, poveri, ciechi e nudi. Forse è la nostra riluttanza alla decima oppure la nostra inclinazione al pettegolezzo. Sono abbastanza sicuro che il Signore avrà molto da dirmi sui commenti orrendi che ho fatto soltanto per far divertire le persone. Che siano peccati mortali o imperfezioni minori, i nostri cuori hanno bisogno di essere raffinati. Raffinati con il fuoco.

Ecco perché Dio ci ha creati per vivere in comunità. Potresti non essere in grado di vedere la trave nel tuo occhio e non tutti hanno il compito di fartelo presente. Ma tu hai dato a tua moglie il permesso di correggerti quando le hai chiesto, con i tuoi voti, di aiutarti a diventare santo. E i tuoi coinquilini, tuo fratello o le persone nelle sessioni di studio della Bibbia potrebbero vedere qualcosa che ti allontana da Dio, se solo tu potessi dare loro il permesso di dire qualcosa.

Non è facile essere sfidati, specialmente se tu pensi (come me, del resto) di essere abbastanza bravo a seguire Gesù. Ma è da folli provare a farcela da soli quando i tuoi occhi sono offuscati dal peccato. Questa settimana sto pregando affinché Dio mi aiuti a vedermi per come sono e affinché mi mostri le persone che ha messo nella mia vita per correggermi. E poi dovrò ingoiare il mio orgoglio e chiedere loro: cosa devo cambiare per amare di più Dio? Ne ho già paura, ma confido nel fatto che questo morire a me stessa sia seguito – come sempre – da una resurrezione.

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Meg Hunter-Kilmerscrive nel suo blog Held by His Pierced Hands e viaggia negli States per tenere seminari rivolti a giovani e adulti e per condurre ritiri e missioni parrocchiali.

Tags:
orgogliopeccatoumiltà
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