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Credere in Dio “modifica” il cervello?

Miguel Á. Padriñán

Gelsomino Del Guercio - pubblicato il 08/04/16

DEDUZIONI “POCO SCIENTIFICHE”

In tal senso, anche il professor Filippo Tempia, neuroscienziato, docente all’Università di Torino e membro dell’istituto scientifico della fondazione “Cavalieri-Ottolenghi” precisa ad Aleteia che «nell’articolo di Jack e collaboratori non si dice assolutamente che la fede religiosa modifica il cervello o che ci porta a pensare in modo meno critico e più sociale ed empatico. Lo studio paragona semplicemente persone che hanno la tendenza a ragionare in modo più critico e analitico, rispetto a persone che rispondono in modo più intuitivo (nei problemi posti in questo studio le risposte intuitive sono errate)».

IL FINE DELLA RICERCA

La prima conclusione è che il numero di persone che credono in Dio è minore nel gruppo di individui che ragiona in modo più analitico. «Questo risultato non è nuovo, il primo studio risale al 2012. Infatti il fine di questo nuovo studio è un altro: distinguere se la maggiore frequenza di credere in Dio sia correlata con maggiore attitudine sociale o maggiore preoccupazione morale. I risultati mostrano che quest’ultima è correlata ad una più alta frequenza di credere in Dio, mentre l’attitudine sociale non lo è per nulla».

LE TEORIE SMENTITE

Questo risultato, aggiunge Tempia, «smentisce molte teorie sociali che tendono a spiegare il credere in Dio come un tratto evolutivo che è stato selezionato per i vantaggi sociali che forniva. Un’altra falsa teoria che viene smentita è che il credere in Dio derivi dalla tendenza del nostro cervello ad attribuire una mente a tutto ciò che agisce: la pietra che cade, l’acqua che scorre, ecc».

Questo studio, inoltre, «dimostra che la capacità di comprendere le altre persone in quanto agenti dotati di volontà non è correlata con una maggiore, né minore tendenza a credere in Dio.

L’unico fattore veramente correlato con il credere in Dio, per questo studio, è la preoccupazione morale». 

IL CERVELLO NON C’ENTRA

Inoltre il neuroscienziato rimarca che «questo studio non lo ha proprio guardato il cervello: si tratta di esperimenti di psicologia senza nessuna misura strumentale».

Lo studio di Jack e collaboratori dimostra che «la correlazione tra maggiore tendenza a credere in Dio e minore ragionamento analitico non è vera, ma è il risultato del fatto (dimostrato in questo lavoro) che le persone con maggiore ragionamento analitico hanno meno preoccupazione morale per gli altri.La vera relazione, secondo questi autori, è unicamente tra maggiore credere in Dio con maggiore preoccupazione morale».

CAUSA O EFFETTO?

Un limite dello studio di Jack, rileva infine Tempia, è che «non è in grado di dire quale è la causa e quale l’effetto, ovvero se la preoccupazione morale porta a credere in Dio o se il credere in Dio generi la preoccupazione morale, o ancora se la correlazione è dovuta ad un terzo fattore non considerato nello studio».

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Tags:
cervelloempatiafede

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