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Credere in Dio “modifica” il cervello?

Miguel Á. Padriñán

Gelsomino Del Guercio - pubblicato il 08/04/16

Per uno studio americano chi è credente si fa condizionare dall'emotività ed è meno capace di pensare in modo critico. Ma due esperti di neuroscienza smontano il "caso"

Chi crede in Dio è meno capace di pensare analiticamente?

Chi crede in Dio è meno capace di pensare criticamente rispetto ad un ateo?

Un ateo ha un pensiero critico più sviluppato rispetto ad un credente?

È vero che i credenti hanno una minore capacità di pensare analiticamente?

Secondo uno studio americano le persone credenti si fanno condizionare da empatia e emotività e sarebbero meno capaci di pensare in modo critico. Ma, come ci spiegano due esperti di neuroscienza, non c’è alcun nesso tra Dio e la capacità di pensiero


Credere in Dio modifica il cervello. È quanto emerge da uno studio pubblicato dalla rivistaPlos Onee riportato da The Independent’, secondo il quale chi crede in Dio tenderebbe a reprimere un’area usata per il pensiero analitico e ad attivare quella responsabile dell’empatia.

«Da quello che sappiamo sul cervello – ha detto il professor Tony Jack, responsabile dello studio – credere in qualcosa di soprannaturale ci porta a mettere da parte il pensiero critico, per aiutarci a raggiungere una maggiore comprensione delle cose dal punto di vista sociale ed emotivo» (Adnkronos, 2 aprile).

Analizzando otto esperimenti diversi, condotti su campione di 159-527 adulti, i ricercatori hanno riscontrato che le persone religiose sono più empatiche rispetto a quelle che non credono. Secondo gli studiosi, il cervello usa una rete ‘analitica’ di neuroni che permettono all’uomo di pensare in modo critico e una rete ‘sociale’ che gli fa provare empatia. «A causa della tensione tra le due reti – conclude Jack – è possibile approfondire il nostro lato sociale ed emozionale. Questa potrebbe essere la chiave per spiegare perché credere nel soprannaturale è qualcosa che accomuna la storia di culture diverse».

PENSIERO ANALITICO VS EMPATIA

Il professore Paolo Maria Rossini, direttore dell’Area Neuroscienze del Policlinico “Agostino Gemelli” di Roma evidenzia che quello di Jack «è uno studio espletato presso la Case Western Reserve University di Cleveland negli USA, che parte da pubblicazioni precedenti del medesimo gruppp di lavoro, secondo cui  il “pensiero analitico” è di frequente associato all’ateismo,  mentre un pensiero religioso e trascendente e più di frequente legato ad un temperamento socializzante ed empatico».

UN ASPETTO IN COMUNE

Alcuni ritengono che questi due modi di mettersi in relazione con la realtà e con gli altri, prosegue Rossini, «siano in netta contrapposizione tra di loro. In entrambi i casi sono particolarmente coinvolti nel pensiero circuiti neurali passanti per i lobi frontali, le strutture che regolano le emozioni, la memoria, le capacità di relazione individuale».

IDEAZIONE E PREOCCUPAZIONE MORALE

Gli autori dello studio hanno esaminato otto pubblicazioni scientifiche sull’argomento, tutte inquadrate in un modello teorico che «si incentra su distinti deficit di “processamento sociale ed emotivo” tipici dello spettro di disturbi autistici (tipo di ideazione) e di tipo psicopatologico (preoccupazioni morali)». 

Così sono giunti a conclusione, commenta Rossini, che «il credo religioso è positivamente associato alle preoccupazioni morali e che l’associazione negativa tra ‘credo religioso’ e pensiero analitico possa essere spiegata dalla correlazione negativa che lega la preoccupazione morale al medesimo pensiero analitico».

GENDER E PERCEZIONE MORALE

Non hanno invece rilevato «alcun legame tra la tipologia di ideazione e l’esistenza di un credo religioso e spirituale. E ritengono che quanto da essi trovato: 1) mal si colleghi con la teoria che un credo religioso e spirituale si correli con la percezione delle proprie azioni; 2) suggerisce che le differenze di genere (maschi/femmine) possano essere spiegate da differenze nella percezione morale».

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Tags:
cervelloempatiafede
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