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Gianluca Firetti, un “santo della porta accanto”

Pixabay.com/Public Domain/ © Unsplash
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L’esperienza di malattia e di fede di “Gian”, raccontata da don Marco D’Agostino

a Gian. (…) io, un santo così, l’ho conosciuto veramente e, insieme con i suoi amici, lo porto con me, nelle parrocchie della diocesi di Cremona e in molte parti d’Italia. Gian, santo della porta accanto. Un santo che ha aperto le porte di casa sua a Dio, ai suoi, agli amici, anche a me. Un santo che whatsappava: moderno, contento e luminoso. Un santo che contagiava, perché l’amore è sempre più intenso e duraturo rispetto al male, al peccato e al buio. Un santo nel quale le tenebre non hanno vinto perché attaccato alla Luce vera, quella che veniva nel mondo e illumina ogni uomo. Un santo che il web ha fatto “suo”, sotto la voce “giovane laico, testimone” (www.santiebeati.it). Giovane. Con la forza e il coraggio dei giovani. Anche con le speranze di chi la vita se la sente in mano. Laico. Con la bellezza e la genuinità del Vangelo. Con la libertà e la schiettezza del dire e del ragionare, di essere un ragazzo del mondo e, al contempo, di aver imparato anche ad avere una visione esterna al mondo, lievito e sale come quella del Vangelo. Testimone. Sia della vita che si stava spegnendo, sia della bellezza che la malattia aveva deturpato, sia della fede che andava brillando».

Gianluca non è diventato un “santo della porta accanto” all’improvviso, ma giorno dopo giorno, poco alla volta. Nella sofferenza e nel dolore quotidiano ha scoperto che Dio lo amava, che lo sosteneva nella sua terribile prova, che poteva “smezzargli la croce” e così si è trasformato sempre di più in un Suo strumento d’amore per gli altri.

«Eh sì, perché se la metafora del Papa è vera, se queste persone sono sante, a loro va attribuito il vocabolario dei santi, con tutti gli annessi e connessi. E i santi, grazie a Dio nel quale vivono, i miracoli li fanno sul serio. Gian è uno di questi. Autentico, molto efficace, che spacca in due come il Vangelo. Il suo bello è essere un santo normale, cioè quotidiano e feriale. Un amico santo. (…)La santità di Gian ci mostra il volto di un Dio che sa amarci ancora. E non smette di farlo. Anche nel dolore. Anche nel buio delle salite che la vita presenta. Nei lutti e nelle lacrime. Nella violenza e nel terrore. (…) Le storie di santità ci invitano ad avvicinarci a Dio. Al suo regno nel quale “non ci si arma, ma ci si ama” soltanto».

Il dolore che il tumore infligge a Gianluca è un’esperienza difficilissima e terribile, ma lui non lo rifiuta, non lo maschera, vive la sua vulnerabilità, la sua “nudità”, che misteriosamente il Signore trasfigura in forza. La sofferenza che prova, non diviene muro invalicabile per gli altri, non lo allontana dai suoi amici, dalla famiglia, dai cari, al contrario, lo avvicina sempre di più a loro, diviene un magnete che attrae e unisce. Il letto dell’Hospice si trasforma così da luogo di morte, a luogo di incontro, amicizia e preghiera.

“Questa è l’invocazione che spesso, sul letto d’ospedale, nella sua mente e nel suo cuore, Gian ripete: “Signore,

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