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6 ragioni per cui le testimonianze sulla risurrezione sono storicamente attendibili

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Mirko Testa | Aleteia | Mar 27, 2016

5) Solo la personale esperienza di un Gesù vivente può motivare il radicale e improvviso cambiamento avvenuto nei discepoli che da smarriti, sconfitti, umiliati divennero instancabili annunciatori della sua risurrezione.

La paura delle donne alla scoperta della tomba vuota, il primo dubbio di Maria di Magdala che pensa che il cadavere sia stato trafugato – “Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto” (Gv 20,2) -, l’episodio della visita di Pietro al sepolcro che tornò a casa “pieno di stupore” ma senza ancora credere nella risurrezione, l’incredulità di Tommaso soddisfatta dallo stesso Gesù. Queste incertezze, che i Vangeli non tacciono, confermano che quello dei primi testimoni non è stata l’elaborazione di una credenza religiosa, ma un arrendersi alla realtà. Solo un evento imprevisto e imprevedibile dopo il fallimento del Calvario, poteva vincere le obiezioni di quel gruppetto sparuto di ebrei prima umiliati, impauriti e sconfitti e farne gli instancabili testimoni di un annuncio inaudito. L’esecuzione capitale di Gesù agli occhi di tutti doveva significare la fine di ogni attesa e speranza nella venuta di un Salvatore. Essere crocifissi non significava soltanto soffrire la più crudele e umiliante forma di pena capitale, ma anche morire sotto il peso di una maledizione religiosa (Gal 3,13). La crocifissione era vista come l’esecuzione di un criminale che muore lontano dalla misericordia di Dio. La nozione di Messia sconfitto, sofferente, morto e risorto dalla tomba era estranea al giudaismo pre-cristiano e molti movimenti messianici o sedicenti messianici nel secolo precedente e in quello successivo alla nascita di Gesù generalmente finirono con la morte violenta del fondatore.

Allo stesso modo le narrazioni del Nuovo Testamento mostrano che i discepoli fuggirono (Mc 14,50) e ritennero perduta la causa di Gesù (Lc 24,19-21). La vergogna della crocifissione di Gesù era uno shock così forte da richiedere molto più di una ordinaria riflessione spirituale volta a superare lo scandalo della croce e a portare i discepoli a scoprire il significato di ciò che era accaduto. Quando Gesù appare, essi in un primo momento dubitano ed esitano ad accettarne la verità (Mt 28,17; Lc 24,36-43; Gv 20,24-29). Eppure Saulo, il persecutore dei cristiani a Gerusalemme, dopo l’esperienza di rivelazione sulla via per Damasco cambia radicalmente la sua prospettiva religiosa e proclama il Vangelo ai non ebrei; Pietro, colui che aveva rinnegato Gesù, diventa il testimone ufficiale della risurrezione spingendo alla fede pasquale “gli Undici” e “gli altri che erano con loro” (Lc 24,33). Ecco quindi che solo la saldezza e verità inoppugnabile di un fatto poteva motivare un ritorno accettato sulla scena di colui che, al cospetto di tutti, era stato sconfitto, umiliato, annientato fino alla morte sulla croce. Solo l’esperienza reale di incontro con Gesù risorto, non un fantasma o il prodotto della fantasia di una comunità di visionari, potevano far superare il trauma di quel cadavere dilaniato.

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