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6 ragioni per cui le testimonianze sulla risurrezione sono storicamente attendibili

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Quali ragioni ci inducono a credere alla risurrezione di Cristo narrata dai primi apostoli come a un fatto storico concreto?

3) Stando alla testimonianza degli Atti degli Apostoli, confermata dalle lettere di san Paolo ai Romani, Corinzi e Galati, la Chiesa primitiva ha inoltre predicato la risurrezione di Gesù sin dai suoi primordi, già in occasione della prima Pentecoste, quindi non più di due mesi dopo la morte di Gesù (Atti 2,24-36) Questo prova, data l’esiguità di tempo a disposizione, il fatto che le apparizioni di Gesù non potevano essere elaborazioni leggendarie del messaggio della risurrezione frutto della fede. D’altronde, in che modo gli apostoli potevano predicare la risurrezione di Gesù dai morti se gli abitanti di Gerusalemme potevano in qualsiasi momento mostrare la presenza del cadavere del loro maestro?

Il più antico documento sul Gesù risorto si trova nel capitolo 15 della prima Lettera ai Corinzi, scritta da san Paolo a metà degli anni 50 d.C., quindi a meno di 20 anni dalla morte di Gesù. “Pietro” viene riportato con il suo nome aramaico “Kefa” che ha il significato di “Pietro” ma anche di “pietra”, segno tipico nell’Antico Testamento per indicare la stabilità, dono divino. Il biblista e teologo don Rinaldo Fabris ha spiegato ad Aleteia che “questo sta a indicare che Paolo si rifaceva a una tradizione antica proveniente da Antiochia”. Secondo la tradizione a vedere Gesù risorto furono Simon Pietro (1 Cor 15,5; Lc 24,34), Giacomo, il “fratello del Signore” (1 Cor 15,7) e Maria di Maddalena (Mt 28,9-10; Gv 20,14-18); due discepoli mentre si dirigevano verso Emmaus (Lc 24,15-31), gli undici apostoli (1 Cor 15,5; Mt 28,16-20; Lc 24,36-51; Gv 20,19-29; 21,1-23; Atti 1,3-11); un numero considerevole di apostoli (1 Cor 15,7) e in una occasione più di cinquecento discepoli “la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti”. Un dettaglio quest’ultimo importante, perché san Paolo sembra chiamare in causa quei testimoni delle apparizioni allora viventi che avrebbero potuto facilmente confermare o smentire le sue parole.

Gesù risorto non fece apparizioni al grande pubblico in generale, a Ponzio Pilato a Caifa o alla folla che aveva invocato la sua esecuzione. Come Luca e Pietro ammettono apertamente, Gesù è apparso “non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi” (At 10,39-40). Quindi le testimonianze in favore della risurrezione di Gesù nel Nuovo Testamento provengono tutte da membri del movimento cristiano, non da osservatori neutrali o avversari. Un fragile appiglio per i critici dell’autenticità delle apparizioni, visto che anche alcuni non credenti come Giacomo, parente di Gesù, Tommaso o Paolo hanno incontrato Gesù risorto.

Le apparizioni accadono in circostanze normali, non in momento di estasi, né in sogno, e senza quelle caratteristiche di gloria apocalittica che troviamo altrove (Mc 9,2-8; Mt 28,3). Per don Fabris: “Le apparizioni non sono attese, non sono cercate. Non sono frutto dell’elaborazione di un lutto, o una visione, ma un intervento dall’esterno. Inoltre, si differenziano dalle apparizioni di Dio nell’Antico Testamento; dal Dio ineffabile, indicibile, invisibile di Abramo, Isaia o Geremia”. E non potevano neanche essere delle allucinazioni collettive, perché altrimenti sarebbe impossibile spiegare quanto accaduto a Paolo sulla via di Damasco, alcuni anni dopo l’apparizione a Pietro, che molto probabilmente avvenne in Galilea.

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