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6 ragioni per cui le testimonianze sulla risurrezione sono storicamente attendibili

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Quali ragioni ci inducono a credere alla risurrezione di Cristo narrata dai primi apostoli come a un fatto storico concreto?

2) Gli apostoli annunciarono pubblicamente la scoperta della tomba vuota e gli incontri con il Risorto a poca distanza dalla morte di Gesù, quando i testimoni ancora in vita a Gerusalemme avrebbero potuto smentirli.

Una ulteriore riprova della attendibilità delle fonti scritte a noi pervenute è che nessun evangelista, né altra tradizione neotestamentaria, racconta il modo in cui avvenne la risurrezione. A farlo è solo il Vangelo di Pietro, lo scritto apocrifo – quindi non inserito dalla Chiesa tra i suoi testi ufficiali – nel quale si trova il racconto più antico, a noi noto, su questo argomento che fu redatto presumibilmente in Siria, verso la metà del II sec. I primi seguaci di Gesù erano per lo più pescatori, incarnavano bene la mentalità semitica di allora, non erano visionari, avevano bisogno di prove tangibili non di vane e fumose promesse. E le manifestazioni di Gesù risorto ricalcano il carattere di esperienze concrete, di incontri reali. Due sono i verbi greci usati dal Nuovo Testamento per definire l’evento pasquale: il primo è eghéirein, letteralmente “risvegliare” dal sonno della morte a opera di Dio Padre; mentre l’altro verbo è anìstemi che indica il “levarsi in piedi”, quasi un innalzarsi dal sepolcro e dalla terra verso il cielo. In questi due verbi vi è una duplice descrizione della Pasqua che non è meramente riducibile alla rianimazione di un cadavere, come quello di Lazzaro o del figlio della vedova di Nain o della figlia del capo della sinagoga di Cafarnao, destinati tutti a morire di nuovo. Con la risurrezione si vuole sottolineare che Cristo sfugge al regno della morte e torna alla vita: non per nulla nelle apparizioni si insiste sulla verificabilità della realtà personale del Risorto che si fa toccare, parla, incontra i discepoli e mangia.

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