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La Passione di Cristo vissuta con gli occhi di Pietro

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Gelsomino Del Guercio - Aleteia - pubblicato il 25/03/16

Il discepolo prediletto è impreparato a vivere il dramma vissuto dal suo Maestro. Ostenta sicurezza ma poi crolla psicologicamente. Ecco perché

La Passione di Cristo attraverso gli occhi di Pietro, il “discepolo prediletto”. A rileggere in questa chiave il calvario di Gesù di Nazareth è il cardinale Carlo Maria Martini in “I racconti della passione” (edizioni San Paolo), un volume che raccoglie le sue meditazioni e riflessioni sulla Passione e i Vangeli.

Una lettura sicuramente diversa da quella tradizionale dei momenti più drammatici vissuti da Gesù che si sviluppa in una doppia direzione: «come Pietro ha vissuto la Passione di Gesù», «come la Passione educa Pietro alla conoscenza di sé e di Gesù».

LA PROMESSA

Pietro, sottolinea il cardinal Martini, è impreparato a vivere la Passione. Ama il Signore, ma interiormente non ha la forza di affrontare il momento più difficile. Gesù sul monte degli Ulivi ammonisce gli Apostoli (Mt 26,32-35):

«Voi tutti vi scandalizzerete per causa mia in questa notte. Sta scritto infatti: percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge».

Pietro proclama: «Anche se tutti si scandalizzeranno di te, io non mi scandalizzerò mai».

E Gesù: «In verità ti dico, questa notte stessa, prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte«.

Pietro gli promette: «Anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò».

TROPPO SICURO DI SE’

Dobbiamo dare atto a Pietro della sua onestà e della sua straordinaria generosità; davvero parla credendo di conoscere pienamente se stesso, e con tutto il cuore. Ha appena ricevuto l’Eucaristia, sa che Gesù è in pericolo, non possiamo pensare che parli con leggerezza; le sue parole sono tra l’altro molto belle: «Se dovessi morire con te». Quel con te è essenziale nella vita cristiana.

“NON TI RINNEGHERO'”

Eppure Gesù li avverte che non sapranno mai resistere allo scarto tra ciò che pensano e ciò che si verificherà.

Pietro non accetta per sé l’ammonimento, crede di conoscere il Signore pienamente; ha accettato il rimprovero precedente, ha capito che deve affidarsi sempre a Gesù, quindi va fino in fondo, o almeno cerca di andarci: «Anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò».

MORIRE DA MARTIRE

Non è soltanto presunzione di conoscersi, ma è un errore. Egli crede di avere l’idea giusta di Dio, mentre non l’ha, perché nessuno ha la vera idea di Dio se non ha conosciuto il Crocifisso; parla sì di morte, però da ciò che segue sembra che intenda la morte eroica, la morte del martire, gloriosa: morire con la spada in pugno. Pietro arriva fin qui, ma non accetta di morire umiliato, in silenzio, oggetto della pubblica vergogna.

LA VEGLIA SOLITARIA DI GESU’

L’impreparazione di Pietro è evidenziata da Gesù in Mt 26,37-56 quando richiama i discepoli che aveva chiesto loro di vegliare insieme a lui nelle ore inquiete che precedono il suo arresto («Così non siete riusciti a vegliare un’ora sola con me?»).

Sembra impossibile che Pietro avesse tanto sonno dopo avvenimenti così eccitanti come quelli della sera, dopo l’Eucaristia, dopo le parole del Maestro. Avrà sentito, come tutti, che in città si correva, si tramava, c’erano voci e raduni.

PIETRO HA PAURA

Nel sonno di Pietro c’è probabilmente il disgusto psicologico di una condizione inaccettabile come quella di Gesù nell’orto. Poco prima aveva detto: morirò con te, andremo insieme a una morte eroica, cantando contro il nemico.

Comincia così lo scandalo di fronte a un uomo che ha paura, che si spaventa. Da ciò lo smarrimento e la voglia di non pensarci, come capita a tutti noi per certe sofferenze di amici, di persone care, che non abbiamo la forza di condividere. Allora agisce nella psiche una potentissima forza di obliterazione, l’accasciarsi di chi non sa più che cosa fare.

L’AGGRESSIONE AL SACERDOTE

Il tentennare interiore di Pietro arriva al crollo quando «Giuda, uno dei Dodici, con grande folla, spade e bastoni», si avvicina a Gesù e lo bacia. A quel punto Gesù viene arrestato e Pietro fa insomma l’ultimo tentativo per morire da eroe aggredendo le guardie e tagliando l’orecchio a un sacerdote con la spada. Gesù gli dice di riporla nel fodero.

Se non possiamo noi mettere mano alla spada – si domanda Pietro – perché non vengono queste famose legioni di angeli, perché Dio non salva il suo consacrato, o almeno lo fa arrestare nel tempio, mentre la folla grida e succede un tumulto? Invece, così, nella notte, come un malfattore! E lui neppure reagisce.

Allora, dice il testo al versetto 56: «Tutti i discepoli, abbandonatolo, fuggirono».

SMARRIMENTO INTERIORE

Tutto si agita nell’animo di Pietro che, però, ama profondamente il suo Maestro e quindi, come si dice subito dopo al versetto 58, «lo segue da lontano».

Non osa seguirlo da vicino, perché ormai non sa più che cosa deve fare, ma non può non seguirlo.

È un uomo diviso, che è stato afferrato da Cristo e insieme sente di volerlo respingere. E in quel frangente di sbandamento che inizia a rinnegare Gesù.

Un atto di vigliaccheria, che non nasce da paura pura (Pietro era pronto a morire), bensì da smarrimento totale.

LA “REDENZIONE”

Il finale della Passione coincide con la “redenzione” dell’apostolo prediletto. Luca dice: «Gesù passò e lo guardò» (22,61).

Martini prova ad esternare il pensiero di Pietro, che avrebbe voluto morire per Gesù, e invece adesso comprende: il mio posto è lasciare che egli muoia per me, che sia più buono, più grande di me. Volevo fare più di lui, volevo precederlo, invece è lui che va a morire per me che sono un verme, che per tutta la vita non sono riuscito a capire che cosa voleva; egli mi offre la sua vita che io ho respinto.

Pietro entra, attraverso questa lacerazione, questa umiliazione vergognosa, nella conoscenza del mistero di Dio.

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Tags:
cardinale carlo maria martiniPietro.resurrezione
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