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Johan Cruyff, l’uomo che ha anteposto la sua famiglia al Mondiale

Esteban Pittaro - Aleteia - pubblicato il 25/03/16

Muore di cancro uno degli emblemi del calcio

Il suo nome figura sempre nel decalogo dei più grandi calciatori del mondo. Indiscusso, come Maradona, Pelé o Di Stefano, Johan Cruyff è l’icona di una storica Nazionale olandese, l’Arancia Meccanica, che ha vinto tutto tranne la Coppa del Mondo.

Emblema del calcio, Cruyff è morto a Barcellona il 24 marzo. Dalla città spagnola e da qualsiasi altro luogo piovono rassegne che sottolineano l’incredibile eredità che ha lasciato al mondo dello sport. In quasi tutte, si ricorda che a Cruyff è mancata solo la vittoria di un Mondiale, ma non per questo non può essere annoverato nella lista dei più grandi.

Il titolo gli sfuggì nel 1974, un’ingiustizia. In quel Mondiale Cruyff era impareggiabile, come la sua Nazionale. Lo ricordava un’altra leggenda del calcio scomparsa di recente, Roberto Perfumo. L’argentino, capitano della sua Nazionale al Mondiale disputato in Germania, rimase colpito dalla squadra olandese. “Non sapevi chi attaccava, chi difendeva, sorprendeva tutti”, ricordava.

In quel Mondiale subì un’umiliante sconfitta per 4 a 0 Mario Alberto Kempes, poi campione nel 1978 e che in un’occasione disse di Cruyff: “Non ci sono molti capi. Ci sono molti indiani e un solo capo, com’è stato Cruyff”.

Perché Cruyff non ha cercato la rivincita di quel Mondiale del 1974 e non andò a quello argentino del 1978? Si è detto a lungo che non abbia partecipato in segno di rifiuto per il regime militare che governava l’Argentina in quel periodo. Sono serviti 36 anni perché l’olandese spiegasse la verità.

Alla fine del 1977, quando si trovava nella sua casa di Barcellona con la moglie Danny e i tre figli, Cruyff subì un violento assalto. Si trattava di un tentativo di sequestro, al quale sfuggì per poco, ma per un periodo di tre mesi il campione visse sotto il controllo della polizia, che vegliava su di lui e sulla sua famiglia. “Tutto questo fa cambiare il tuo punto di vista su molte cose. Ci sono momenti nella vita in cui contano altri valori. Volevamo fermarci ed essere un po’ più sensati. Era il momento di mettere da parte il calcio. Non potevo giocare un Mondiale dopo quei fatti”, ha dichiarato nel 2010 a Catalunya Radio. Cruyff non voleva neanche stare molto lontano da casa.

Al Mondiale del 1978 l’Olanda arrivò in finale, e ancora una volta il giusto riconoscimento come Campione del Mondo le sfuggì per poco. Se il capo Cruyff avesse giocato, forse l’epilogo sarebbe stato diverso.

La storia lo premierà ugualmente come leggenda immortale, tra le tante eredità che ha lasciato anche per l’innegabile contributo all’esplosione della Masia, la scuola di calcio che negli ultimi 20 anni ha commosso maggiormente gli amanti dello “sport più bello del mondo”, come definiva il calcio il suo rivale del 1974 Kempes. Non sono stati rivali nel 1978, quando Johan Cruyff ha messo la propria famiglia davanti a qualsiasi sogno professionale.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

Tags:
calciofede
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