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Il programma del Popolo della Famiglia in 26 punti

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La Croce - Quotidiano - pubblicato il 24/03/16

“Q” come quoziente familiare. Tagliare a fette il reddito imponibile.

Quoziente familiare significa stabilire un criterio di progressività del sistema tributario in ragione della capacità contributiva della famiglia nel suo insieme (cfr. Compendio DSC, n. 355). Dato uno stesso livello di reddito di due diversi soggetti, se su uno di essi gravano oneri che ne riducono la capacità contributiva, l’imposta non dovrà colpire il reddito in quanto tale, ma quello diminuito dei costi necessari per far fronte a questi oneri. Con questo strumento la somma dei redditi dei componenti della famiglia viene divisa per la somma dei componenti (viene “tagliato a fette”), cui viene attribuito un peso non necessariamente uguale. Per esempio più crescono i figli più il “peso” aumenta. In questo modo si ottiene il risultato di far pagare meno tasse alle famiglie unite e che hanno due o più figli.

“R” come equa retribuzione del lavoro. Il lavoro nobilita l’uomo, quando non lo rende schiavo.

Il lavoro è per l’uomo, non l’uomo per il lavoro (cfr. Compendio DSC, n. 272). Lo sfruttamento lede la dignità umana, per questo è vietata ogni forma di sfruttamento del lavoratore, in particolare dei minori, degli immigrati, dei disabili e delle donne (cfr. Compendio DSC, nn. 295-298; 316). Il lavoratore ha diritto ad un giusto e lecito stipendio e ad alcuni diritti connessi alla persona, come il riposo di Domenica, la sicurezza nel lavoro, la tutela in caso di malattia o incidente, la maternità, la conciliazione tra lavoro e famiglia, la sovvenzione nella disoccupazione, la pensione (cfr. Compendio DSC, nn. 284, 286, 301). La dignità umana scoraggia l’eccessiva flessibilità nei rapporti di lavoro (cfr. Compendio DSC, n. 280). Il capitale e il lavoro sono necessari l’uno all’altro, per questo la lotta di classe è inaccettabile (cfr. Compendio DSC, n.306). Fermo restando il diritto di sciopero (cfr. Compendio DSC, n. 304), capitale e lavoro collaborano per trovare soluzioni ai problemi derivanti dalla gestione delle attività produttive (cfr. Compendio DSC, nn. 276-281).

“S” come sussidiarietà. Protagonisti del proprio futuro. The Big Society.

Il principio di sussidiarietà, “in positivo”, spinge la politica a prendersi cura della famiglia, dei gruppi, delle associazioni, delle realtà territoriali locali e, in breve, di quelle espressioni aggregative di tipo economico, sociale, culturale, sportivo, ricreativo, professionale, politico, alle quali le persone danno spontaneamente vita e che rendono loro possibile una effettiva crescita sociale (cfr. Compendio DSC, nn. 185-188). “In negativo”, invece, chiede allo Stato di non togliere agli individui ed ai corpi intermedi sopra citati i compiti che possono realizzare con le loro sole forze. Allo stesso tempo, impedisce di far fare ad una associazione “maggiore” (ad esempio un Comune) quelle e le attività che potrebbe fare autonomamente una “minore” (es. una o più famiglie unite). Per “Big Society” intendiamo appunto la “sussidiarietà locale” sopra accennata, che è all’opposto del welfare state centralista e burocratico sperimentato nel Novecento e che, del resto, nel nostro Paese ha subito anche notevoli storture. Per esempio, l’aiuto informale dato alle coppie dalle famiglie d’origine, dalle comunità parrocchiali e non, dal quartiere etc., hanno svolto e svolgono ancora un ruolo molto importante nel sostenere le persone nei momenti della vita caratterizzati da maggiore vulnerabilità (giovani senza lavoro, madri lavoratrici con figli piccoli, anziani non autosufficienti, disabili). Per un malinteso senso della sussidiarietà, però, le famiglie si sono trovate ad essere strumentalizzate dallo Stato che le ha “usate” come una specie di “ammortizzatore sociale”. Non è questa la sussidiarietà!

“T” come tasse. Leggere attentamente le avvertenze. Può avere effetti collaterali.

Il rispetto dell’autorità corrisponde all’ordine stabilito da Dio. Per questo si dà a Cesare quel che è di Cesare (cfr. Compendio DSC, n. 380). La tassazione è una forma di solidarietà. L’obiettivo verso cui tende il fisco e la spesa pubblica è una finanza pubblica capace di proporsi come strumento di sviluppo e di solidarietà. Una finanza pubblica equa, efficiente, efficace, produce effetti virtuosi sull’economia, perché riesce a favorire la crescita dell’occupazione, a sostenere le attività imprenditoriali e le iniziative senza scopo di lucro, e contribuisce ad accrescere la credibilità dello Stato quale garante dei sistemi di previdenza e di protezione sociale, destinati in particolare a proteggere i più deboli (cfr. Compendio DSC, n. 355). La finanza pubblica si orienta al bene comune quando si attiene ad alcuni fondamentali principi: le tasse vanno pagate, ma devono essere eque e razionali (ad esempio, diminuire al diminuire del reddito; essere eque e non esagerate); la spesa pubblica va amministrata con rigore e integrità (gli stipendi devono essere giusti, le risorse pubbliche non vanno derubate). Inoltre, tale spesa va distribuita in un’ottica di solidarietà, valorizzando i talenti presenti sul territorio, aiutando chi ne ha bisogno e prestando grande attenzione a sostenere le famiglie, destinando a tal fine un’adeguata quantità di risorse (cfr. Compendio DSC, n. 355).

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Tags:
dottrina sociale della chiesapolitica

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