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Sull’infallibilità papale, risposta agli errori di Hans Küng

© DANIEL BOCKWOLDT / GETTY
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di Stefano Biavaschi*

Prima di entrare nel tema dell’infallibilità papale, che alcuni teologi modernisti oggi contestano, occorre fare una premessa generale sul concetto di Magistero. La parola “magistero” viene da “maestro”: quest’ultimo è uno degli attributi che il Vangelo riconosce a Gesù. In che modo Gesù continua ad ammaestrarci, dopo il suo ritorno al Padre? Tramite il Magistero. In forza di che il Magistero attinge a questa promessa? In forza della Successione Apostolica e della Tradizione.

La possibilità di una permanenza della Verità sulla terra è desiderio di Gesù stesso: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre: lo Spirito di Verità (GV 14,16-17). E aggiunge: “Lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto” (GV 14,26). L’assistenza di Gesù ai suoi apostoli è dunque confermata nel tempo, e non solo perché la Chiesa da lui fondata potesse ricordare, ma anche testimoniare (“mi renderete testimonianza” GV 15,27). Del resto, se questa permanenza della Verità sulla terra non fosse stata garantita, in conformità a che cosa saremmo stati giudicati? E chi avrebbe potuto salvarsi? La sola ragione è fallibile; il Magistero è invece infallibile perché, illuminato da una continua Pentecoste, gode “per sempre” della promessa di Gesù: “Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando però verrà lo Spirito di Verità, egli vi guiderà alla Verità tutta intera” (GV 16,12-13).

Respingere il Magistero significa respingere lo stesso Gesù, perché “Chi ascolta voi ascolta Me, chi disprezza voi disprezza Me” (LC 10,16). L’Islam e il Protestantesimo hanno cercato di costruire una religione senza magistero, ma non ci sono riusciti, finendo per ricorrere lo stesso a forme d’autorità costruite dal basso. Invece, la Chiesa dei primi secoli, ha subito riconosciuto i vescovi come successori degli apostoli, anche nell’esercizio dell’insegnamento. Quest’autorità costruita dall’alto“non è però al di sopra della Parola di Dio, ma la serve, insegnando soltanto ciò che è stato trasmesso” (Conc. Vat. II, DV,10). All’interno del Magistero siamo soliti distinguere tra episcopato (i vescovi, successori degli apostoli) e primato (il Papa, come successore di Pietro), entrambi di diritto divino e strettamente connessi. Distinguiamo anche tra magistero particolare (per esempio quello di un Vescovo verso la sua diocesi) e magistero universale (cioè quello di tutti i vescovi verso tutti i cristiani); il Concilio Vaticano I ha definito l’infallibilità di quest’ultimo. Lo stesso ha fatto il Concilio Vaticano II, confermando: “L’infallibilità promessa alla Chiesa risiede pure nel corpo episcopale, quando questi esercita il supremo Magistero col successore di Pietro” (LG 25). E questo avviene, per esempio, in occasione di un Concilio Ecumenico: in tal caso si parla di magistero straordinario.

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