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170 volte “Abbà”: il cuore del Cristianesimo

Pixabay.com/Public Domain/ © aitoff
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Riscoprire la preghiera al Padre come il nostro vero pane quotidiano

«(…) Gesù diceva: Abbà. Tutte le preghiere che gli evangelisti ci hanno tramandato iniziano con questa parola: Padre. Per 170 volte ricorre nei Vangeli questo termine che è una delle caratteristiche inconfondibili di Gesù. (…) La singolarità del rapporto di Gesù con il Padre è una costante di tutti e quattro i Vangeli. E lo rivela anche l’uso sorprendente di alcune formule: Gesù parla sempre di “mio Padre”. Gesù aveva coscienza di una relazione unica, e non estensibile, con il Padre. (…) Ma Gesù diceva: “Abbà”. Abbà è la parola aramaica con cui i bambini in casa chiamano il papà; fuori casa, il figlio che incontra il genitore, lo chiama “Signore”. In casa, anche il figlio sposato si rivolge al genitore con “abbà”. È la parola più confidenziale, più affettuosa, più familiare. (…) E qui dobbiamo confessare che anche per noi è insolito e strano rivolgerci a Dio con l’appellativo di papà; anche per noi, ancora oggi, il messaggio di Cristo suona sconcertante e l’abbiamo talvolta travisato o corretto, talvolta velato o dimenticato. (…) In questa parola “abbà” è l’originalità dell’esperienza di Gesù. E dice che l’identità della vita, il nome del vivere, è l’amore».

Nel rivolgerci al Signore chiamandolo “papà” «scopriamo allora di avere un Padre, che non nasciamo per una combinazione casuale di cellule, che non si vive per coincidenze, né si muore per caso, votati al nulla, ma che tutto è sotto il segno della paternità. (…) Perciò la prima parola della preghiera è Padre, anzi papà, cioè una vibrazione, una totalità, una modulazione della gamma dell’amore. Un amore sorgivo, iniziale, primordiale: la radice della preghiera e della fede e di tutta la religione è ciò che Dio ha fatto per me, non ciò che io faccio per Dio. Pregare dicendo Padre è entrare in una struttura di fiducia(…)».

“Nessuno può vivere senza pregare” e senza un “altro” a cui chiedere aiuto scrive nella presentazione al libro padre David Maria Turoldo. Tutti, anche l’ateo, hanno bisogno di un qualcuno a cui rivolgersi. Tale necessità comporta una riflessione fondamentale che l’uomo oggi tende a rifiutare allontanandosi così da Dio e dalla verità sulla sua natura: non mi basto, non mi genero da solo, tutti abbiamo bisogno dell’altro.

«La prima esperienza di umanità che noi tutti facciamo è quella della filialità: noi esistiamo perché figli. Figli di un uomo e di una donna e del loro amore, figli di una storia, figli di Dio. La prima esperienza è l’essere generati, da altri, a una vita che non è mia, che viene prima di me e che va oltre me. A una vita che è dono. La prima esperienza è che nessuno è figlio di se stesso. La prima parola del Padre Nostro ci apre alla trascendenza. Questa parola grossa, difficile, indica la manifestazione di un “al-di-là”, di un “altrimenti” che un uomo e una donna annunciano come il segreto del loro modo di vivere. Il mio segreto è un “oltre”. Questo affermo quando dico “Padre”: il mio segreto è oltre me».

I discepoli chiedono a Gesù “insegnaci a pregare”, che significa rivelaci «un modo di stare davanti a Dio, un modo di stare con gli altri e di vivere nel mondo», e i quattro evangelisti apportano ritocchi e aggiunte differenti alle parole che il Signore indica per rivolgersi al Padre, perché «le parole possono variare, ma il contenuto e il cuore sono gli stessi» scrive l’autore. La preghiera non è una formula fissa «ma il gemito e il fuoco di una passione unica per la vita».

Perché oggi la preghiera riscuote così scarse “quotazioni” anche fra gli stessi cristiani? Pregare è esattamente agli antipodi dell’egocentrismo che oggi è l’atteggiamento dominante nella vita dell’uomo occidentale. La preghiera è la negazione del narcisismo e del mito dell’autosufficienza: è l’affermazione del “noi”, del legame che ci unisce gli uni agli altri, dell’appartenenza ad una comunità che per il cristiano è l’Ecclesia, in cui ci si riconosce fratelli e figli del Padre.

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