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170 volte “Abbà”: il cuore del Cristianesimo

Pixabay.com/Public Domain/ © aitoff
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Riscoprire la preghiera al Padre come il nostro vero pane quotidiano

Il canto del pane” di padre Ermes Ronchi (Edizioni San Paolo) è un commento biblico, teologico e lirico alla preghiera del Padre Nostro in cui è racchiusa la sostanza del cristianesimo: la relazione tra Dio e l’uomo.

La potenza e la bellezza del messaggio evangelico sono custodite “non in una dottrina o in un insieme di dogmi” ma in una preghiera al Padre. Spesso però chi la recita non avverte l’esclusività del rapporto con Dio, e l’orazione gli appare come un monotono ripetersi di parole prive di significato. Il libro accompagna il lettore in un percorso di riscoperta del valore della preghiera, del senso profondo dell’essere credenti e oranti, scandito dai versi del Padre Nostro che fanno da titolo ai capitoli del libro.

«In ogni epoca i cristiani hanno tentato di giungere all’essenza, al nocciolo del cristianesimo. Ebbene, il Vangelo stesso ce lo trasmette con il Padre Nostro. È in una preghiera, e non in una dottrina o in un insieme di dogmi, che è riassunto il messaggio di Gesù. E ciò è denso di significato: pregare è l’evangelo. Buona, lieta e umana notizia fatta risuonare in una cultura che ha perso la fiducia, piena di divinità irate e di miti sfiduciati. Preghiera è relazione. Il Vangelo non si riassume in una verità, bensì in una relazione».

Ma come e da dove nasce la preghiera in generale, e il Padre Nostro in particolare?

«In principio non c’è la preghiera. In principio c’è uno shock esistenziale (L. Boff). La preghiera non è il primo atto dell’uomo. Prima c’è un’esperienza, un grido, la passione del dolore, un amore, la carezza della gioia. Ed è da questa sorgente che nasce l’orazione come supplica e come canto, talvolta come contestazione. Bisogna essere ben vivi per saper pregare. (…) Abbà è la parola chiave del Vangelo, un termine aramaico (la lingua materna di Gesù) che anche i cristiani di lingua greca ripetono. Paolo afferma che lo Spirito in noi prega gridando. “Abbà – Padre” (Gal. 4,6). È questa una delle pochissime parole che sappiamo pronunciate così, con questo suono, da Gesù stesso. Una parola detta nell’orto dell’agonia, nel momento della scelta decisiva: riuscire a chiamare Dio come Padre nel momento in cui la prospettiva è quella di una morte infamante e dolorosa, significa accettare di restare fedele a Dio, costi quel che costi; significa la fiducia che oltre le soglie della morte la vita non affonderà nel nulla, ma fra le braccia di un amore. Il Padre Nostro lo si capisce solo in questa situazione di shock esistenziale».

Perché è così difficile per noi chiamare Diopapà”?

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