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Quanta miseria si cela nell’abbondanza?

Pixabay.com/Public Domain/ © cristalmorando
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Il prezzo che l’Occidente paga al culto della trinità perversa: Piacere, Ricchezza e Immagine

Claudio Risé, noto psicoterapeuta e psicoanalista, con il libro “Sazi da morire. Malattie dell’abbondanza e necessità della fatica” (San Paolo Edizioni) offre una lettura critica e rigorosa della crisi di valori in cui si dibatte l’Occidente che rischia di intrappolare l’uomo “moderno” in un vicolo cieco da cui non è scontata la possibilità di uscita. Questo rischio è tanto più pernicioso in assenza della chiara consapevolezza che la triade “Piacere, Ricchezza e Immagine” rappresenta la trinità di questo nuovo millennio venerata dagli uomini occidentali «chiusi in un ego ipertrofico e disperato, dove non si vede più realmente l’altro, non si trasmette più nulla» se non la cultura dell’eccesso.

Per imboccare la via della salvezza dall’oscena assurdità dell’eccesso in cui siamo irretiti, l’unica strada è quella di riscoprire il valore del limite, la ricchezza educativa delle necessità, del prendere atto della realtà, “nella sua verità e meraviglia”.

«Troppi soldi, troppo cibo, troppi zuccheri, troppi grassi, troppe droghe. Un bisogno di essere riempiti di materie adulterate e avvelenanti. Evitando la fatica fisica, e consegnandosi così alla sedentarietà. Poggiati su macchine: in automobile, in aereo, sul tapis roulant in palestra, ma mai camminando, coi piedi sulla terra. Guardando alla vita come divertimento, gratificazione, rassicurazione permanente. (…) In Occidente, il 90% delle persone muore di malattie non comunicabili, che non si trasmettono. Siaamo diventati mondi chiusi, alla ricerca di un piacere fine a se stesso. Malati».

Qualcuno potrebbe obiettare che in questa riflessione l’autore vagheggi un ritorno a una fase dello sviluppo umano “primitiva” eludendo di prendere atto della tendenza innata nell’uomo a superare i propri limiti, esemplificata dal verso dantesco «(…) fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza» e dalla figura di Ulisse. A questo proposito Risé chiarisce il suo pensiero:

«Eccedere il limite, però, è sempre stata una tentazione dell’uomo, dal Giardino dell’Eden in poi. A volte si tratta di oltrepassare quello che Freud chiama principio di realtà, per inseguire il principio del piacere. Questo tipo di oltrepassamento assicura a chi lo compie non piaceri, ma sofferenze. Il dominio del principio di piacere, infatti, quando viola il principio di realtà fa ammalare, come prova tutta l’esperienza clinica della psicoanalisi. Sofferenza, malattia, errore, hanno tuttavia anche un senso, che occorre riconoscere per superarli. Andare verso altro, senza troppo temerne i rischi, è anche un aspetto dello sviluppo personale, oltre che collettivo. Restare rigidamente nel limite, senza mai confrontarvisi, mantiene “piccoli”. Ma non nel senso, amato da Gesù, del bambino interessato a tutto il vivente e desideroso di conoscerlo, ma nel senso di chi non chiede, non rischia mai, si accartoccia su se stesso in un crampo di paura del fuori e di avarizia di sé. Tendere all’oltre è umano e ci fa diventare davvero più grandi (non grandiosi, come vorrebbe il narcisismo). È decisivo però rimanere consapevoli del limite. Un buon esercizio per riuscirci è immergersi profondamente e spesso nel mondo naturale in cui ci troviamo, tanto più ampio di noi e nel quale fatalmente rientreremo».

Il problema non sta quindi nel “tendere all’oltre” in sé, ma nel perseguire in modo “delirante” questo obiettivo come assoluto, negando la stessa esistenza del limite e dei vincoli della realtà, in particolare della natura.

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