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Una testimonianza visiva in un mondo rumoroso e distratto

Jeffrey Bruno

Elizabeth Scalia - Aleteia - pubblicato il 14/03/16

40 anni dopo, ci sono argomentazioni a favore dell'abito religioso?

Verso il 1970, quando noi studenti le chiedevamo del suo passaggio da un abito “aggiornato” a un abbigliamento ordinario, la suora che gestiva il programma della Confraternita per la Dottrina Cristiana della nostra parrocchia dichiarò che l’abbandono dell’abito religioso era una cosa positiva perché sottolineava che le suore non erano “niente di speciale”, che “agli occhi di Dio siamo tutti speciali”.

La suora fece un esempio: “Quando indossavamo l’abito, un amico ambulante che vendeva gelati italiani insisteva sempre nell’offrirci i gelati gratis, ma perché avrebbe dovuto? Perché non potevamo pagare come chiunque altro? Perché avremmo dovuto privarlo del suo sostentamento solo perché indossavamo un costume?”

Al di là della considerazione di quanto sia improbabile per un venditore di gelati andare fallito per aver offerto gratis qualche prodotto, colpisce, quasi 40 anni dopo, capire quanto fosse pienamente “orizzontale” il pensiero della religiosa: aveva un po’ di ampiezza, ma né altezza né profondità. Come con le Messe e gli inni “concentrati a livello orizzontale” che ponevano un’enfasi eccessiva sull’umanità della Chiesa sminuendo la trascendenza della sua liturgia e del suo scopo, la suora abbracciava la larghezza della croce – l’umanità e la Chiesa che si avvicinano – senza considerare che l’asse verticale, concentrata sul cielo, è fondamentale se si vuole essere elevati.

La suora stava agendo con caparbia illusione; giustificava il fatto di abbandonare l’abito con appelli a solidarietà, compassione e umiltà, ma la sua vicenda mostrava egoismo e presunzione. Deplorava la possibilità di ingannare un uomo sottraendogli il suo salario, ma nei fatti lo stava ingannando comunque, anche se non nel modo che immaginava.

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