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Elogio dell’inefficienza delle persone

Devra Torres - pubblicato il 14/03/16

L'Alzheimer si è già portato via troppo, perché dovrei togliere a mia madre anche la dignità?

Lo scorso fine settimana sono andata nel New Hampshire per far visita ai miei genitori, e in teoria per aiutare mio padre a prendersi cura di mia madre, che soffre (sì, soffre è la parola giusta) di Alzheimer. Non sono riuscita ad essere di grande aiuto, ma sono tornata con qualcosa su cui riflettere.

Mia madre, che aveva una facilità di parlare come pochi, in questi giorni riesce appena a pronunciare una frase coerente. Durante questo fine settimana ci sono state due eccezioni.

La prima è stata quando mia sorella, mia figlia ed io stavamo facendo delle collanine con il mais colorato e ho ricordato a mia madre che era stata lei a insegnarmelo.

“In realtà”, ho aggiunto, “mi hai insegnato praticamente tutto quello che so”. “Questo è un po’ eccessivo”, ha risposto lei perfettamente lucida.

La seconda eccezione si è verificata più tardi, quando non smetteva di dire che si voleva buttare sul divano e subito dopo si è allontanata nella direzione contraria.

Ho cercato di riportarla in salotto, ma quando ci siamo arrivate sembrava avere qualche problema a portare la testa verso il cuscino.

Volevo aiutarla e cercavo del tutto inutilmente di trovare un equilibrio tra persuaderla e spingerla dolcemente nella giusta direzione, e allora ha replicato dolcemente ma con una chiarezza totale: “Calmati, ok?”

Ho avuto la sensazione che non stesse semplicemente esprimendo fastidio per il fatto che le spingessi la testa, ma che cercasse di farmi capire qualcosa su come trattare le persone.

Sono madre da un quarto di secolo, e quindi sono abituata a cercare di aiutare persone che non riescono a esprimere ciò che vogliono, o che non sono in grado di fare quello che dovrebbero fare, o ancora che non capiscono quello che vogliono davvero.

Dal pianto di un neonato posso distinguere se ha fame o ha le coliche, anche se il bambino stesso non sa che cos’ha.

Posso stabilire quando è arrivato il momento di abbandonare il tatto e passare alla coercizione per evitare che una bambina di due anni insista a voler mangiare la caramella dura che pensa la farà felice e io invece so che le si incastrerebbe in gola.

Ho familiarità con l’arte (anche se ancora non la domino) di sapere quando lasciare che tuo figlio adolescente porti avanti un’attività che probabilmente finirà male e quando intervenire con fermezza.

Sapevo tutto su questi “momenti di apprendimento”, ma questo caso era diverso. Le volte precedenti avevo cercato di mostrare rispetto e amore per persone che non erano abbastanza competenti per gestire le questioni che le riguardavano.

Mi è chiaro che meritano questo trattamento per il semplice fatto di essere persone, e soprattutto sono sotto la mia responsabilità. Ma c’è anche un elemento di pragmatismo e una preoccupazione per l’efficienza.

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Tags:
alzheimerutilitarismo
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