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Reggere la mano di mia figlia quando sta per lasciarci

Laura Kelly Fanucci, su gentile concessione
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Le persone dicono che un'esperienza del genere lasci senza parole. Ma io sì che ho qualcosa da dire

Ci sono molte storie che voglio raccontarvi. Sulla nascita delle nostre figlie, sulla loro vita e sulla loro morte. Storie che sono terminate, e storie che sono appena iniziate.

Per alcune di queste sarà necessario aspettare mesi se non addirittura anni, prima che io possa condividerle. Altre invece le terrò in sacro segreto dentro me stessa, fino alla fine dei miei giorni.

Ma questa è la storia che voglio raccontarvi in questo momento.

Margaret Susan e Abigail Kathleen sono nate sabato, attraverso un parto cesareo. Quando quella notte siamo finalmente andati a dormire, loro erano nel reparto di terapia intensiva neonatale. Domenica mattina, non lo erano più. Abbiamo speso tutta domenica pomeriggio con Maggie, mentre stava per spegnersi tra le nostre braccia.

Le persone dicono che un’esperienza del genere lasci senza parole. Ma io sì che ho qualcosa da dire. E sono parole dure. Le persone sostengono che i genitori non dovrebbero attraversare questo, ma invece devono. Ed è qualcosa di terribile.

Ma ciò su cui tutti sono d’accordo è che avere a che fare con una tragedia del genere per due giorni di fila – con due piccole creature tra le braccia che esalano l’ultimo respiro mentre il loro cuoricino smette di battere – è insostenibile. Inaccettabile. Un vero inferno.

Sono qui per dirvi che non è così.

Domenica siamo crollati a letto, con il peso del dolore. Sapevamo che la mattina seguente avrebbe portato con se lo stesso compito, perché avremmo dovuto dire arrivederci ad Abby. Ho singhiozzato prima di andare a dormire, piangendo quando mi sono risvegliata. Non sapevo come fare ciò che doveva essere fatto.

Abbiamo trascinato i piedi per (provare a) fare colazione. Abbiamo pregato con il cappellano. Infine, il tremendo telefono dell’ospedale è squillato di nuovo. Sapevamo che dovevamo andare. Mi lasciai andare sulla sedia a rotelle e Franco mi ha lentamente guidata giù per quei corridoi che avevamo iniziato ad odiare, con le loro figure felici di animali e farfalle, di raggianti fotografie di miracolati e sopravvissuti.

Quando siamo entrati nella stanza di Abby, l’infermiera ha chiesto se volessimo tenerla in braccio per un po’, prima di cominciare a staccarle i tubi. Non c’era fretta, disse. Potevamo prendere tutto il tempo che volevamo per stare con lei. Ma volevamo davvero passare quel momento?

Il nodo alla gola è defluito in un singhiozzo. No. Volevo stare pelle a pelle con due gemelle sane. Non con una creatura piccola e malata, che sarebbe morta in poche ore. Tutto, ma non questo.

L’infermiera ha gentilmente insistito. Si percepiva che anche Franco fosse riluttante e troppo stanco. Ma qualcosa ci spinse a farlo. Va bene, ci siamo detti. L’avremmo presa in braccio, pelle a pelle.

È qui che devo mettere in pausa la storia. È qui che devo ammettere che, se qualcuno mi avesse detto cosa stesse per accadere, avrei scosso la testa negando con forza che una cosa del genere sarebbe mai potuta accadere. Ma è successo proprio a me. Sembrava un sentimento puro, un sogno malinconico. Non la realtà.

Devo dire questo perché capisco cosa potreste pensare leggendo la seguente parte della storia.

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