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Come affrontare qualcosa per cui (apparentemente) non si può far niente

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Non voglio essere indifferente anche se non posso far nulla. Potrò sempre pregare

Mi fa male l’indifferenza davanti a chi soffre, a chi non ha niente, a chi cerca. Mi fa male, è vero, ma io stesso sono spesso indifferente.

E non voglio che per me sia uguale che qualcuno di avvicini o si allontani, che qualcuno resti ferito e soffra, che qualcuno abbia bisogno di sostegno e non lo trovi.

L’indifferenza aumenta la disperazione, il dolore, la solitudine. Non voglio che smetta di importarmi che qualcuno se ne vada di casa deluso perché non riceve dalla vita quello che spera, quello che sogna.

Non possiamo soddisfare tutti i desideri, gli aneliti e le aspettative, è vero. Neanche Gesù lo ha fatto quando è passato facendo il bene tra gli uomini.

Ma Egli non si è mai mostrato indifferente davanti al dolore altrui. Si è soffermato, ha guardato con misericordia, ha steso la mano e ha benedetto, ha guarito le ferite.

Diceva papa Francesco: “Se un membro soffre, tutte le membra soffrono (1 Cor 12, 26)… Formiamo parte di quella comunione nella quale l’indifferenza è vinta dall’amore… Quanto desidero che i luoghi in cui si manifesta la Chiesa, le nostre parrocchie e le nostre comunità in particolare, diventino delle isole di misericordia in mezzo al mare dell’indifferenza!

L’indifferenza è il contrario della misericordia.

Leggevo qualche giorno fa: “Non è che non lo preoccupi il peccato. Il fatto è che per Gesù il peccato più grave e che offre più resistenza al regno di Dio consiste proprio nel provocare la sofferenza o nel tollerarla con indifferenza” [1].

Tollerare il male con indifferenza. Provocare dolore con le nostre imprudenze, con i nostri gesti, con le nostre parole. Sono consapevole del dolore che a volte provoco con il mio disamore?

Non sono responsabile di tutto il dolore che si verifica intorno a me. Non posso soddisfare tutte le necessità degli uomini. E piacere a tutti, andare bene a tutti, risolvere tutte le domande e i dubbi di chi mi circonda. Non posso. Il dolore resta. E io non riesco a placarlo.

Ma non voglio essere indifferente anche se non posso fare niente. Potrò sempre pregare. Questo sempre.

Quanto è dura l’indifferenza! È assenza d’amore, di sguardo, di mano tesa, di abbraccio. Assenza di parole di incoraggiamento e di accoglienza. Non voglio essere indifferente anche se a volte mi mostro indifferente.

Mi ricorda la descrizione di Nouwen del quadro del figliol prodigo di Rembrandt: “Le due donne in piedi a diverse distanze dal padre, l’uomo seduto con lo sguardo perso nel vuoto e l’altro alto, in piedi, che contempla con sguardo critico quanto accade, rappresentano tutti varie forme di assenza di impegno. Constatiamo indifferenza, curiosità, un sognare ad occhi aperti, un’osservazione attenta; uno guarda fisso, un altro contempla, un altro osserva senza fissare lo sguardo e un altro semplicemente guarda. Ciascuno di questi atteggiamenti mi è molto familiare. Sono tutti modi di non impegnarsi” [2].

Si concentra su certe figure distanti, che osservano, semplici spettatori che non si compromettono con la vita, che non si lasciano coinvolgere in quello che sta accadendo.

A volte corro il pericolo di essere anch’io un mero spettatore della vita. Il pericolo di non creare intimità, di non amare, di non donarmi.

Leggevo giorni fa la vita di Engelmar, un sacerdote missionario morto a Dachau: “Se ne è andato da questo mondo come ci aveva vissuto. Col cuore in mano. Lo chiamavano l’angelo di Dachau, perché così si è comportato in mezzo a quell’inferno. Aveva lasciato scritto: ‘L’amore moltiplica le forze, inventa cose, dà libertà interiore e gioia. Il bene è immortale, e la vittoria dev’essere di Dio”.

Mi ha colpito la sua descrizione. Un uomo che ha vissuto con il cuore in mano e se ne è andato via da questo mondo allo stesso modo. Molte volte non facciamo così e soffriamo, ci perdiamo.

Il cuore in mano. È un mistero. Mi piacerebbe imparare a vivere così, amando. Donandomi agli uomini, coinvolgendomi nella loro vita.

A volte vivo senza mettere il cuore in quello che faccio. Accompagno altri, ma non li amo, non dono loro il cuore.

Padre Josef Kentenich ha detto ai giovani con i quali ha iniziato nel 1912 che innanzitutto donava loro il suo cuore. Metteva il suo cuore nelle loro mani. È l’unico modo di vivere, di educare, di accompagnare.

A volte, però, mi rifugio in un angolo, osservo e penso. Non sto al centro della scena. Non sono né quello che abbraccia né quello che viene abbracciato. Non dono il cuore. A volte corro il rischio di vedermi passare la vita davanti agli occhi senza prendere posizione.

Penso a una persona che salta dalla sedia ogni volta che è richiesta la sua presenza, o sente che può essere d’aiuto. Anche se nessuno la vede. Anche se non importa a nessuno.

Questa persona si coinvolge. Non resta al margine. Non è mai stata spettatrice della vita. È stata protagonista delle sue azioni. Azioni caratterizzate dalla vulnerabilità di chi rischia la vita per amore.

[1] José Antonio Pagola, Jesús, aproximación histórica

[2] H. Nouwen, L’abbraccio benedicente

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

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