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Mindfulness: cosa pensi? Cosa provi?

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padre Carlos Padilla - pubblicato il 03/03/16

Prendiamoci cura dell'abitudine sacra di vivere qui e ora

La santità si coniuga sempre al presente. Non si nutre di buone intenzioni. Non si lamenta degli insuccessi passati. Questo mi dà fiducia, perché posso sempre ricominciare.

Percepisco la mia vita per com’è ora, in questo istante. La prendo tra le mani, la guardo con misericordia. So come sono, non mi sorprendo, non mi spavento, non mi abituo neanche, perché so che posso sempre essere migliore, amare di più, donare di più senza paura.

Non mi guardo pensando a come dovrei essere, sognando l’immagine di quella vigna che dà i frutti che si aspetta il suo padrone. Anelando a un’armonia perfetta praticamente irraggiungibile. Non mi guardo pensando a com’ero prima, quando ero più giovane, quando forse avevo più impeto.

No, mi guardo per come sono oggi, in questo momento in cui vedo la povertà e la bellezza della mia anima. La sproporzione tra l’amore infinito di Dio e il mio amore povero e scarso. La distanza tra il luogo in cui mi trovo e l’immensa missione che Dio mi chiede. Mi guardo nell’istante in cui mi fermo, stanco, svuotato. Senza pretendere di essere un altro, senza voler essere diverso.

L’altro giorno leggevo di un metodo di meditazione chiamato Mindfulness, noto anche come “coscienza piena”. Consiste nel meditare sulla vita prestando attenzione, momento per momento, a pensieri, emozioni, sensazioni corporee e all’ambiente circostante.

È una meditazione profonda in cui ci soffermiamo su ciò che stiamo provando e pensando. Si tratta di prestare attenzione a pensieri ed emozioni senza giudicare se siano corretti o meno.

In genere giudichiamo la realtà. La approviamo o la condanniamo. Si tratta di non farlo.

Allo stesso tempo, il cervello si concentra semplicemente su ciò che viene percepito in ogni momento, anziché continuare a rimuginare sul passato o sul futuro. Vivere nell’istante presente. Prendere coscienza dell’ambiente che mi circonda, della mia realtà, della mia corporeità.

Questo modo di meditare e di approcciare la vita sta guadagnando molti seguaci in Occidente. L’uomo ha bisogno di tornare alla propria interiorità, al suo cuore, e di non vivere contiuamente “sparso” nel mondo. È vero.

È un metodo che aiuta quando poi posso andare nel mondo portando l’amore di Dio. Partendo da ciò che sono.

Per questo è così necessario vivere qui e ora. È la santità della vita quotidiana nella quale ci lasciamo condurre docilmente da Dio dove Egli vuole portare la nostra vita. La santità si coniuga al presente.

È vero, però, che a volte vivo angosciato dal passato. Soffro troppo per ciò che è accaduto. Colpa, rimorsi, rabbia, rancori. Non posso porvi rimedio. La memoria registra tutto nel cuore e non dimentica.

Non tengo conto di ciò che diceva padre Josef Kentenich: “In genere ci tormentano preoccupazioni legate al nostro passato, ma il passato è passato! Devo solo preoccuparmi di vivere senza preoccupazioni”.

Il passato è passato, e per questo devo andare avanti. Non è tanto facile. Ma so che non posso vivere con la testa rivolta all’indietro, rimuginando sui miei errori. Ma a volte lo faccio.

Il passato fa parte di ieri e non può essere una fonte di senso di colpa, di preoccupazione, di angoscia.

Allo stesso tempo, a volte mi fa paura il futuro, quello che non controllo, quello che non conosco, quello che può succedere. Sogno che il futuro non mi schiacci con la sua dose di incertezze e preoccupazioni.

Voglio accettare la vita per come mi si presenta in questo istante. Voglio cercare di approfittarne al massimo. Godere dei piccoli dettagli della vita e stupirmi di fronte alle sorprese che non mi aspettavo.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

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