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A cosa serve la Chiesa? Non bastano i Vangeli?

© Antoine Mekary / Aleteia

Unione Cristiani Cattolici Razionali - pubblicato il 01/03/16

di Davide Perillo

Era facile per gli apostoli, avevano Gesù in carne ed ossa. Ma noi oggi? Come facciamo?  Se il Vangelo fosse soltanto il racconto di una storia chiusa duemila anni fa sarebbe solo un “Antico Testamento aggiornato”: una specie di nuova edizione, riveduta e corretta, con insegnamenti più profondi e istruzioni per l’uso più dettagliate. Niente di più. Il vecchio metodo, appunto. inutile. Tutto quello che insegna il cristianesimo resterebbe vero, importantissimo, storicamente rivoluzionario. Ma inutile. Cioè senza peso sulla nostra vita quotidiana. Senza effetti.

Gesù, invece, ha fatto un’altra cosa. Ci ha dato un modo per seguirlo identico a quello che avevano i discepoli, o quelli che lo hanno visto sulle strade della Palestina duemila anni fa. Lo stesso, identico modo, altrettanto semplice: l’incontro con una realtà umana. Fatta di uomini. Gente che mangia, beve, ride, prega. Gente che si può vedere e toccare. Con cui si può stare insieme. E’ la Chiesa.

Ma quando nasce la Chiesa? Negli Atti degli apostoli si legge: «Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati» (At 2, 42-48). Un gruppo di amici che stava insieme per un motivo: Gesù. La Chiesa, in fondo, è sopratutto questo. Un’amicizia, una compagnia di uomini e donna che stanno insieme e vivono in un certo modo. Gesù diventò qualcosa di concreto, di visibile, di toccabile, attraverso di loro, quelle persone. La Chiesa è proprio questo: è il modo che Gesù ha stabilito per rendersi incontrabile anche oggi.

E’ Lui stesso che l’ha voluta così, anzitutto chiamando gli apostoli e tenendoli con sé tre anni, tutti i giorni, per far loro acquisire quella certezza che a un certo punto fa dire: “Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna” (Gv 6,60). Poi, tra loro ha scelto un capo, un punto di riferimento stabile: Pietro. Glielo aveva preannunciato subito, la prima volta che lo aveva visto, quando gli aveva addirittura cambiato nome: «Fissando lo sguardo su di lui, disse: “Tu sei Simone, figlio di Giovanni: ti chiamerai Cefa (che vuol dire Pietro)”» (Gv 1,42). Pietro, cioè “roccia”. Proprio come doveva essere il carattere di quell’uomo, che in un attimo si è visto descritto fino al fondo di sé, ma ancora non immaginava quale sarebbe stato il suo destino. Poi la scelta divenne esplicita: «Essendo giunto Gesù nella regione di Cesarèa di Filippo, chiese ai suoi discepoli: “La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?”. Risposero: “Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti”. Disse loro: “Voi chi dite che io sia?”. Rispose Simon Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. E Gesù: “Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» (Mt 16, 13-19).

Il primato di Pietro, cioè l’idea del papato, emerge lì. Ma c’è un altro momento in cui la Chiesa viene già annunciata nella forma che prenderà dopo.

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