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La lettera a Dio di un sacerdote in punto di morte che ti farà riflettere

© Toshiyuki Imai
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di Luisa Restrepo

Ha scritto molte opere letterarie, tra cui ricordiamo: “Vita e mistero di Gesù di Nazareth” e “Ragioni: per vivere, per avere speranza, gioia, amore e di altre cose”, che ha raccolto molti articoli di giornale basati su fatti reali di tutti i giorni.

Ha scelto la vita di un “sacerdote scalzo” e con profonda semplicità ha cercato di essere fedele alla sua vocazione. Fin da giovane ha sofferto di una grave malattia al cuore e ai reni che lo costrinse ad essere in dialisi per molti anni. Ha vissuto ogni momento senza perdere la, fino alla sua morte avvenuta a Madrid l’11 giugno 1991. Vogliamo condividere l’ultimo articolo scritto prima della sua morte, una lettera a Dio, un testo prezioso degno di essere meditato e condiviso.


Grazie. Con questa parola potrei concludere questa lettera, Dio, o “amore mio”. Perché questo è tutto quello che ho da dire: grazie, grazie. Se dall’alto dei miei cinquantacinque anni mi guardassi indietro, cosa troverei se non la catena senza fine del tuo amore? Non c’è una singola parte della mia storia in cui non abbia avuto la tua misericordia su di me. Non c’è stato un momento in cui non abbia sperimentato la tua presenza amorevole e paterna accarezzare la mia anima.

Ieri ho ricevuto una lettera da un’amica che ha appena saputo dei miei problemi di salute, e mi ha scritto arrabbiata: “Una grande rabbia invade tutto il mio essere, mi ribello ancora di più contro il Dio che permette alle persone come te di soffrire”. Poverina! Il suo affetto non le fa vedere la verità. Perché – a parte che io non sono più importante di nessuno – la mia vita è la testimonianza di due cose: nei miei cinquant’anni ho sofferto non poco per mano degli uomini. Da loro ho ricevuto ferite e offese, solitudine e incomprensioni. Ma da te non ho avuto nulla, se non infiniti gesti di affetto. La mia ultima malattia è uno di loro.

Mi hai dato, prima di tutto, il fatto di essere. Questa meraviglia di essere un uomo. La gioia di respirare la bellezza del mondo. Il fatto di trovarmi a mio agio nella famiglia umana. La consapevolezza che, dopo tutto, se dovessi fare un bilancio delle ferite ricevute queste sarebbero comunque molto di meno rispetto al grande amore che gli stessi uomini hanno messo sull’altro lato della bilancia della mia vita. Sono stato un uomo fortunato e fuori dal comune? Probabilmente. Ma in nome di cosa potrei pretendere di essere un martire della condizione umana se so che, in definitiva, ho avuto più sostegno e comprensione che difficoltà?

E poi, tu hai accompagnato il dono di essere con quello della fede. Nella mia infanzia ho percepito la sua presenza in ogni momento. Per me, l’immagine era quella di un Dio semplice. Non sono mai stato spaventato dal tuo nome. E ho piantato nell’anima quella favolosa sensazione di sapere che ho amato, di sentirmi amato, di sperimentare la tua presenza quotidiana con il passare delle ore. Sono stato tra uomini che hanno maledetto il giorno della propria nascita, che hanno urlato che non hanno chiesto di nascere. Neanche io l’ho chiesto, perché prima non esistevo. Ma poi ho conosciuto quella che sarebbe stata la mia vita, ho gridato a te chiedendoti la vita, ed è proprio questo ciò che in realtà mi hai dato.

Credo che sia stato assolutamente decisivo nascere nella famiglia che tu hai scelto per me. Oggi non avrei tutto ciò che in seguito ho ottenuto, se non avessi avuto i genitori e i fratelli che ho avuto. Sono stati tutti delle testimonianze viventi della presenza del tuo amore. Da loro ho imparato – molto facilmente – chi tu fossi. Da allora ho iniziato ad amare te – e quindi ad amare tutti e tutto. Sarebbe stato assurdo non amarti. Sarebbe stato difficile vivere nell’amarezza. La felicità, la fede e la fiducia nella vita sono stati, per me, come un piatto delizioso portato a pranzo da mia madre. Qualcosa che ci sarebbe stato al cento per cento. E se non ci fosse stato, sarebbe stato semplicemente perché quel giorno le uova erano più costose, non perché vi fosse poco amore. Poi ho anche imparato che il dolore era parte del gioco. Non una maledizione, ma qualcosa collegato con quanto dà la vita; qualcosa che, in ogni caso, non avrebbe mai potuto togliere la gioia del tutto.

Grazie a tutto questo – mi sento un po’ in imbarazzo a dirlo – il dolore non mi fa male, né l’amarezza mi addolora. Non perché io sia coraggioso, ma semplicemente perché ho imparato da bambino a concentrarmi sugli aspetti positivi della vita. E perché il mio approccio mi ha spinto ad aspettarmi il nero e in questo modo, quando arriva, per me è solo leggermente grigio. Un altro amico mi ha scritto in questi giorni dicendo che io potrei sopportare la dialisi “ubriacandomi di Dio”. E a me questo sembra un po’ eccessivo e melodrammatico. Perché per vari motivi in te mi sento sempre protetto da un’armatura contro la sofferenza. O forse il vero dolore non è ancora arrivato.

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