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Come fare l’esame di coscienza

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Alcuni hanno un approccio legalistico - che talvolta sfocia nell'ansia patologica - altri ne hanno svuotato ogni aspetto spirituale. Ecco come trovare un equilibrio in questa sana pratica

Come abbiamo detto in precedenza, ricordare è rivivere, e questo raggiunge la sua massima realizzazione nella liturgia.

Rispondendo all’invito di Cristo “Fate questo in memoria di me”, stiamo ricordando il mistero pasquale (la passione, morte e risurrezione di Gesù Cristo) nel senso più profondo del termine, ovvero lo stiamo rivivendo.

Grazie allo Spirito Santo, la memoria diventa vera partecipazione; la memoria del nostro incontro con Dio diventa un vero incontro in un modo del tutto nuovo.

È qui che la memoria di Cristo – di quello che è, di quello che ha fatto per noi e di come ci vede – trasforma la nostra memoria (come vediamo il nostro passato) e rimodella la nostra mentalità in generale. Trasforma il modo in cui viviamo, la nostra attività morale e il modo in cui giudichiamo la nostra vita.

È il momento della storia!

Mi piace l’idea di raccontare storie perché penso che l’esame di coscienza debba essere un momento in cui ci mettiamo alla presenza di Dio e gli raccontiamo la storia della nostra giornata, riferendogli sia i momenti belli che quelli oscuri.

Ma non è un momento che si deve limitare a un monologo! Prima si racconta la propria storia, poi si permette a Dio di raccontarla di nuovo dal suo punto di vista. Genesi 45, 4-5 ne rappresenta uno splendido esempio. Giuseppe, dopo aver affrontato prove lunghe e dolorose, scoppia in lacrime davanti ai suoi fratelli che lo hanno tradito:

Avvicinatevi a me! (…) Sono Giuseppe, il vostro fratello, che voi avete venduto per l’Egitto

Questo è il nostro racconto della storia, le vicende reali, ma riferite solo dal suo punto di vista. Non c’è bisogno di addolcire i fatti. Giuseppe è stato tradito nel peggiore dei modi e venduto come schiavo. La sua vita era potenzialmente rovinata, e tutto perché i suoi fratelli erano gelosi di lui.

Essendo un sant’uomo di fede, però, Giuseppe non si ferma lì, va oltre. Permette

alla visione delle cose di Dio di trasfigurare la propria visione della sua storia e di trasformarla in una storia di salvezza, sia per sé che per gli altri:

Ma ora non vi rattristate e non vi crucciate per avermi venduto quaggiù, perché Dio mi ha mandato qui prima di voi per conservarvi in vita… Dio mi ha mandato qui prima di voi, per assicurare a voi la sopravvivenza nel paese.. Dunque non siete stati voi a mandarmi qui, ma Dio.

Questa è la gioia di un esame di coscienza compiuto correttamente: raccontiamo la nostra storia – spesso piena di difficoltà e fragilità – dal nostro punto di vista, ma poi ascoltiamo Dio e gli permettiamo di rivelare la sua presenza, la sua provvidenza, la sua azione nella nostra vita, che tiene conto delle nostre fragilità e riesce comunque a fare meraviglie; e nel fare questo, la nostra memoria viene trasformata quotidianamente dalla sua grazia in memoria di salvezza.

Si potrebbe dire molto di più (e meglio), ma spero che le idee espresse vi aiutino a situare questa pratica in un contesto autenticamente cristiano. Quella che segue è una spiegazione più pratica, step-by-step, per aiutarvi a iniziare la pratica dell’esame di coscienza:

1. Aprirsi alla Presenza di Dio

Examination-of-Conscience-Praying
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Suggerimento pratico: trovate un angolo tranquillo a casa o in una cappella. L’ideale è avere di fronte un’immagine sacra. Accendete una candela. Prendetevi qualche istante per respirare e rilassarvi. Iniziate facendo il segno della croce.

Ogni volta che un bambino gioca, guarda se la madre o il padre lo sta osservando. Nel suo sguardo trova sicurezza, coraggio, gioia… in breve, trova amore. Il primo momento del nostro esame di coscienza serve a rivolgere lo sguardo del nostro cuore al Signore e a riscoprire il suo amore per noi. Potrebbe essere utile anche leggere un breve passo della Sacra Scrittura.

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