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Al figlio che sta per volare dal nido un padre parla di eternità

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Lettere di un padre che incoraggia il figlio alla santità scoprendo nella famiglia cristiana il vero senso di essere uomo

Il libro Lettere a un figlio sull’educazione (LA FONTANA DI SILOE) di Giovanni Donna d’Oldenico, padre di nove figli, cinque maschi e quattro femmine, affronta in diciotto lettere, scritte al figlio che sta per lasciare casa e avviarsi verso il matrimonio, i temi essenziali della vita con lo scopo di “educarlo” e di renderlo a sua volta un buon educatore per i propri figli.
In un’epoca in cui la figura paterna sembra aver abdicato al ruolo fondamentale di guida per l’ingresso dei figli nella vita adulta, l’autore, attraverso la propria esperienza di vita familiare, si assume la responsabilità come genitore cristiano di tracciare la strada. Il segreto è non temere insidie e responsabilità, “pensare in grande” con lo sguardo che fugge dalle minuzie della società attuale e si rivolge all’eternità.

Abbiamo raggiunto al telefono l’autore per approfondire il senso di alcune delle lettere.

“Abbasso il divo, evviva il santo” titola la sua quarta lettera. Chi sono il divo e il santo? Perché oggi i giovani si sposano di meno? Sognano di diventare “divi” o la società non glielo permette?

«I problemi ci sono stati sempre, non solo in questo tempo e vi sono stati periodi ben peggiori del nostro. Io credo che ci siano motivazioni più profonde, perché prima ci si sposava anche se c’erano molti meno soldi. Non è questa la causa: manca la trasmissione di un’esperienza positiva. Le mie lettere sono indirizzate a un figlio, e due dei miei figli sono già fidanzati da tempo e hanno il progetto di sposarsi. Oggi anche in famiglia è presente un’altra scala di valori. Non so quanti genitori sperino per prima cosa che i loro figli diventino un buon padre o una buona madre, un buon marito o una buona moglie. Molti si augurano innanzitutto una riuscita professionale. Inoltre non c’è nulla nel sistema statale che inciti i giovani a metter su famiglia. “Se vuoi un figlio santo, fa’ di tutto perché non diventi un divo” scrivo in apertura alla lettera. Il santo è uomo a tutto tondo, l’uomo vero, realizzato e felice, mentre il divo è un “ometto”, una caricatura, un uomo a metà, magari ha successo ed è famosissimo ma ha un’umanità esile. Perciò l’educazione fin dalla culla deve formare il bambino come persona e non come bambolotto, idolo, genio. Mai parlargli come fosse un oggetto o un possesso, perché è un individuo».

«Padre di un uomo grande; non di un uomo a metà, qual è un divo: uno per cui la realtà si riduce alla porzione di essa in cui eccelle e da cui fa dipendere la propria consistenza e, magari, la propria sussistenza; uno che non è pago sino a quando non arriva a sedere sul trono del suo reame piccino, per un regno posticcio(…) Il santo conosce ciò che è grande e durevole: la gloria di Dio; la desidera, la domanda e ne partecipa; il divo persegue traballando la gloria propria, patinata e sdrucciolevole(…) Divino, non: divo. (…) Dato che non intendi adeguarti a questa mondanità friabile, che vomita divi(…) evita di trattare tuo figlio come fosse il centro del cosmo, un sole attorno cui tutto orbita; e vieta con determinazione a chiunque di farlo. Lascia al centro Cristo; sai bene che funziona».

padre con figlio
Pixabay.com/Public Domain

“Nemici tanti; ma sopra tutti, il nemico” è il titolo della lettera numero quattordici. Come ci difendiamo dal nemico? Con quali armi la famiglia può fronteggiarlo?

«Innanzitutto con la consapevolezza che il Nemico esiste. L’ottima strategia che lui utilizza è proprio quella di non farsi vedere, di non mostrarsi, per cui uno è convinto di dover lottare contro cose, situazioni, persone, mentre invece la battaglia è molto più radicale. Dobbiamo sapere che il diavolo agisce sempre per invidia, invidia in modo profondo la bellezza e la grandezza della famiglia, e cerca in tutti i modi di demolirla. Gesù nella Chiesa attraverso i sacramenti ci resta accanto, ci fa compagnia, e l’arma è stare attaccati a Lui».

«Spiega bene a tuo figlio che dietro ogni male(…) c’è l’artiglio del nemico(…). Il nemico, anche se ne parlo al singolare, è un intero esercito(…). Uno dei loro campi di battaglia preferiti è la famiglia. Il demonio detesta questa risorsa terrena progettata da Dio.(…) Attrezza tuo figlio a lottare con umile baldanza, dato che i cieli e la terra sono pieni della gloria di Dio: Lui ha vinto e mai la Sua Provvidenza abbandona chi a Essa si abbandona.(…) Umile baldanza: così si affronta il demonio nei suoi assalti. Umile: la vittoria è possibile, ma dipende da Dio, non da te. Baldanza: la vittoria è certa; ma solo se lasci che a combattere in te, per te e con te sia Cristo, di cui ti sei rivestito nel Battesimo. Senza scordare che, per abbattere il nemico, sono utilissimi quei ciottoli di fiume che sono le Sacre Scritture(…). Motivo in più perché tuo figlio la mastichi e la rumini: vorrai mica che conosca tre lingue, eccella in un’attività sportiva, sia un mago dell’informatica, un talento al violino e poi ignori ciò che serve nelle battaglie che contano?».

Gesù
Pixabay.com/Public Domain

Riferendoci alla sua terza lettera, oggi siamo ancora in grado di “pensare in grande”?

«L’uomo ha uno sguardo che brama la grandezza, il problema è che la società aspira, per motivi economici, a farcelo dimenticare, a farci accontentare di cose piccole, di prodotti di consumo. Nella lettera affermo che la cosa più importante per la realizzazione di mio figlio è che diventi santo, che vada in paradiso. L’uomo sulla terra vive per quel che gli è dato vivere, decenni, un secolo, ma dopo ha l’eternità davanti ed è quello il traguardo a cui aspirare anche nel cammino educativo. Pensare in grande proprio attraverso la realtà che ci sta davanti, istante dopo istante: le cose che devo fare, questa giornata, il lavoro, i compiti, le gioie le fatiche. Dentro la quotidianità l’eterno trapassa e si fa presente. Bisogna imparare a coglierlo, affinare lo sguardo per scorgere in azioni “normali” la grandezza».

«Pensare in grande il futuro, ha un nome: speranza. Pensare in grande il passato, ne ha due: misericordia e gratitudine. (…) Pensare in grande: riconoscere che l’istante buono, per insignificante che appaia, trapassa l’Eterno, da cui riceve in dono il merito; e che l’istante malvagio, per insignificante che appaia, ha trafitto l’Eterno, condannandosi da sé. Chi non si rende conto di questo, pensa piccino, non in grande: non gli resta che tirare a campare, sopportando il giorno con un’incoscienza da strapazzo, o borbottando in attesa di tempi migliori, vivendo distratto e in cerca di distrazioni, finché non gli cade una tegola in testa. Invece, chi si abitua a pensare in grande, tocca con mano che misura dell’istante è la vita, non l’orologio; e che misura della vita è l’eternità, non l’agenda».

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Pixabay.com/Public Domain

Il suo è un libro scritto da un unico autore o è un testo a più mani? E perché ha usato sempre il singolare maschile?

«Il libro è un po’ un’opera collettiva nel senso che dietro ogni pagina c’è la storia di tutta la famiglia. Man mano che scrivevo leggevo con loro, ci ragionavamo, hanno suggerito delle cose, insomma è stata una esperienza condivisa anche questa. Nelle lettere ci siamo tutti e undici, c’è l’esperienza mia ma soprattutto quella di mia moglie».

«(…) scrivere usando sempre il singolare maschile, anziché alternarlo con il femminile o il plurale, mi riesce più semplice. Moglie mia, con te, invece so che non devo; ma voglio giustificare: qui sono io che scrivo, eppure ogni parola appartiene a te, che tutti ci educhi, me per primo. Ti accorgerai di quanto il tuo sguardo e le tue mani vivano dentro ognuna di queste pagine».

 

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