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“L’arte di vivere” di Ravi Shankar

Ceeabraham / CC
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La verità nascosta dietro ai suoi corsi di yoga: dalla venerazione di un "guru" che afferma di essere Dio al suo gigantesco giro d'affari

Dagli anni ’60, in Occidente, il significato della parola “guru” è diventato ambiguo. Per alcuni si tratta di un maestro spirituale, per altri di un ciarlatano. Letteralmente significa “amico spirituale” e non ha un connotato dispregiativo; ma a causa di molti “maestri” che sono venuti in Occidente dall’India – fondando varie sette, venendo ricercati per vari reati e diventando noti per aver frodato i propri seguaci – si è diffusa la sfiducia verso tali “guru”.

Il fenomeno diventa ancora più complicato esaminando l’ondata di “guru” di dubbia origine che offrono la loro grande conoscenza all’interno della galassia della New Age e delle sue varie correnti. La lista è lunga, e non solo di maestri indiani; c’è una grande varietà di strani personaggi che vendono ogni sorta di terapie di guarigione e dottrine provenienti da universi paralleli. Molti creano una vera e propria macedonia di esoterismo e religioni orientali, impacchettata a misura del gusto consumista e individualista dell’Occidente.

Nella lunga lista di “guru” ne emerge uno che ha attirato l’attenzione dei media negli ultimi anni: Ravi Shankar, fondatore e leader de “L’arte di vivere”, un discepolo del defunto fondatore della controversa setta “Meditazione trascendentale” Maharishi Mahesh Yogi.

Cosa si sa di Ravi Shankar?

Oggi, a 59 anni, è uno dei più famosi leader spirituali dell’India moderna. Ha fondato la ong “Arte di vivere” nel 1981 e “Associazione internazionale per i valori umani” nel 1997. Come il suo primo maestro, Ravi Shankar propone innocenti tecniche respiratorie yoga, promuovendo in realtà la sua religione attraverso un florido giro d’affari. Mentre alcuni lo vedono come un grande maestro di spiritualità orientale, altri lo considerano un ciarlatano che vende fumo agli avidi consumatori di spiritualità a buon mercato. In diversi paesi ci sono state lamentele e denunce sui veri obiettivi del gruppo di cui è leader.

Nato il 13 dicembre 1956, Ravi Shankar cura molto la caratterizzazione della sua immagine, nota per la barba perennemente tinta di nero: la sua biografia ufficiale ci informa che a quattro anni aveva già imparato a memoria la Bhagavad Gita. Ma i suoi parenti hanno condiviso le proprie perplessità ai media, come se nei loro ricordi non fosse presente quell’immagine di Ravi bambino che abbiamo davanti ai nostri occhi e che viene presentata da tutti i libri attualmente diffusi.

L’arte di vivere ha costruito la sua sede principale nella periferia di Bangalore (India), dove ha il suo Ashram. Nulla a che vedere però con i templi classici e austeri dei maestri indù, piuttosto uno sfavillante e gigantesco hotel-Spa con un lago artificiale, un eliporto, bar e librerie, e un canale radiofonico. Nelle sue strutture possono essere acquistate anche delle confezioni di una particolare crema solare in cui è impresso il volto di Ravi Shankar, che ammalia con un sorriso spirituale ed etereo.

Ossessionato dall’aspirazione al premio Nobel per la pace, le sue varie pubblicazioni generano sempre più dubbi circa le sue reali intenzioni. È stato arrestato in Argentina nel 2012 per evasione fiscale a seguito di indagini sulla gestione dei fondi del gruppo. Nello stesso anno si era stabilito in un hotel di lusso presso le cascate dell’Iguazú, nella quale occasione aveva raccolto donazioni per un totale di cinque milioni di dollari.

L’arte di vivere

L’organizzazione “no profit” diretta da Ravi Shankar dice di essere in 151 paesi e avere 20 milioni di seguaci. Al momento è la più facoltosa setta orientale. Si consideri che il mercato dei nuovi “guru” e pseudoterapeuti New Age fa girare, nei soli Stati Uniti, circa sei miliardi di dollari all’anno.

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