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Può un film con ebrei devoti, monache e la Vergine Maria vincere un Oscar?

Greg Kandra - pubblicato il 10/02/16

"Ave Maria" di Basil Khalil offre un'acuta soluzione per il conflitto in Medio Oriente

C’è un corto poco conosciuto, nominato al Premio Oscar, che ha attirato l’attenzione non solo per l’argomento trattato, quanto soprattutto per il suo messaggio.

Il regista Basil Khalil ha pensato a una soluzione intuitiva per il conflitto mediorientale, basandosi sulla premessa che sia gli ebrei israeliani che i palestinesi potrebbero collaborare se la cooperazione fosse l’unico modo per allontanarsi gli uni dagli altri.

Khalil, nato a Nazareth da padre palestinese e madre inglese, illustra questa tesi nel suo film di 15 minuti, Ave Maria, che è tra i cinque finalisti per l’Oscar al miglior cortometraggio.

Nella scena di apertura una famiglia ortodossa avanza verso il proprio insediamento in Cisgiordania: il corpulento e barbuto Moshe, accompagnato da sua madre Esther – una donna dalla lingua tagliente – e dalla moglie Rachel.

Lo Shabbat sta per iniziare in un clima di tensione e fretta, causata – secondo Moshe – dall’incontinenza di sua madre.

Moshe guida in modo distratto e colpisce di striscio una statua della Vergine Maria – situata di fronte a un piccolo convento – facendola cadere dal piedistallo. Nel convento vivono cinque monache carmelitane, le Sorelle della Misericordia, che hanno fatto voto del silenzio.

Dal convento mandano una monaca novizia a investigare sull’accaduto. Quando quest’ultima rientra, inizia a gesticolare in modo nervoso e agitato, per poi rompere il suo voto di silenzio esclamando: “Gli ebrei hanno violato la Vergine”.

Nel frattempo si è fatta tarda notte del venerdì. Le monache dispongono di un vecchio telefono a disco, ma nessuno è in grado di utilizzarlo: Moshe non può usare il telefono perché altrimenti violerebbe le norme sul sabato e le monache, naturalmente, non possono pronunciare parola alcuna.

E così, con le suore che provano a capire come sbarazzarsi dei loro ospiti indesiderati e con la famiglia ebrea che tenta disperatamente di congedarsi, l’antipatia aguzza l’ingegno.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Valerio Evangelista]

Tags:
cinemamedio orientepalestinapremio oscar
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